martedì 31 gennaio 2012

Altre Mete Presenta : L'Australia











Australia Continente insulare situato tra l'oceano Indiano e l'oceano Pacifico meridionale, nel Sud-Est asiatico, che costituisce, con la vicina isola della Tasmania, lo stato federale del Commonwealth of Australia, membro indipendente del Commonwealth. Il continente è delimitato a nord dal mare di Timor, dal mare degli Arafura e dallo stretto di Torres; a est dal mar dei Coralli e dal mare di Tasman; a sud dallo stretto di Bass e dall'oceano Indiano; a ovest dall'oceano Indiano. La federazione australiana si estende per circa 4000 km da Capo Byron, estremità orientale dell'Australia Occidentale, e per circa 3700 km da Capo York, a nord, alla Tasmania, a sud. Con una superficie, compresa la Tasmania, di 7.682.300 km2, l'Australia è il più piccolo dei continenti.La federazione australiana (Commonwealth of Australia) .




Comprende sei stati: (Nuovo Galles del Sud, Queensland, Australia Meridionale, Tasmania, Victoria e Australia Occidentale) e due territori, il Territorio della Capitale e il Territorio del Nord. Sono amministrati dall'Australia: il Territorio Antartico Australiano, l'isola Christmas, le isole Cocos, l'isola Heard e l'arcipelago McDonald, l'isola di Norfolk, le isole Ashmore e Cartier, e il territorio delle isole del Mar dei Coralli. La capitale dell'Australia è Canberra. TERRITORIO Il territorio australiano, prevalentemente pianeggiante, ha un'altitudine media di 300 m. La vasta zona interna del paese, chiamata Outback, è costituita infatti da pianure e bassi altipiani; a nord-est i rilievi sono più pronunciati.




 Il continente è caratterizzato da coste basse e pianeggianti; le pianure costiere a est, sud-est e sud-ovest sono le zone più densamente popolate del continente.Parallelamente alla costa pacifica, dalla penisola di Capo York, a nord-est, allo stato di Victoria, a sud-est, si estende la Grande Catena Divisoria i cui rilievi hanno un'altitudine media di 1200 m: essa comprende la New England Range e le Blue Mountains, 




nel Nuovo Galles del Sud, e le Alpi australiane, comprendenti le Snowy Mountains, che si estendono fino allo stato di Victoria. Qui si trova la cima più elevata del continente, il monte Kociuszko (2228 m), sede del parco nazionale Kociuszko. Alla Grande Catena Divisoria appartengono anche i rilievi della Tasmania, l'isola situata all'estremità sudorientale del continente, dal quale è separata dallo stretto di Bass.Oltre la metà del territorio australiano è occupata dal Grande Scudo Australiano, che si estende nella sezione centroccidentale del continente comprendendo parte del deserto Simpson, alcune catene isolate e zone depresse e pianeggianti quali il Gran Deserto Sabbioso, il Gran Deserto Vittoria e la Nullarbor Plain, rispettivamente situati nella zona nordoccidentale, centrale e meridionale. La Nullarbor Plain è un arido altopiano calcareo (il suo nome significa "senz'alberi"), di formazione geologica molto antica, praticamente disabitato.I maggiori rilievi dell'Australia Occidentale si trovano nella catena di Hamersley,






 di King Leopold e di Darling, nelle vicinanze di Perth. Nella parte meridionale del Territorio del Nord si trovano invece i monti Macdonnell e nel nord dell'Australia Meridionale i monti Stuart e Musgrave. La regione di Kimberley, nell'Australia Occidentale, e la Terra di Arnhem, nel Territorio del Nord, sono altipiani rocciosi che presentano singolari formazioni isolate dovute a fenomeni erosivi.
Tra il Grande Scudo Australiano e la Grande Catena Divisoria si estende il Grande Bacino Artesiano, una vasta depressione dove sono situate alcune tra le più fertili pianure australiane. Esso è formato dai tre bacini di Carpentaria, dell'Eyre e del Murray. Le pianure ondulate del bacino di Carpentaria formano uno stretto corridoio che dal golfo di Carpentaria si estende verso l'interno, tra la catena dei Selwyn e la Grande Catena Divisoria. Più a sud, il bacino dell'Eyre si estende nella parte centrale e settentrionale del continente, tra il Queensland sudoccidentale, l'Australia Meridionale nordorientale e il Nuovo Galles del Sud nordoccidentale. A nord del bacino il territorio è pianeggiante, mentre verso l'arido interno diventa desertico e roccioso; nel deserto Simpson, a nord del lago Eyre, si trovano dune sabbiose. L'Eyre, un esteso lago salato, è situato nella parte centromeridionale del continente e a esso tributano numerosi sistemi idrografici. Il bacino del Murray si estende verso l'interno, dalle zone costiere dell'Australia Meridionale e di Victoria alle regioni occidentali del Nuovo Galles del Sud, delimitato a ovest dai monti Flinders e a est dalle Alpi australiane. Generalmente arido, comprende vaste zone di dune sabbiose, a ovest una zona desertica rocciosa e nella parte orientale ampie pianure alluvionali attraversate dai principali affluenti del fiume.L'Australia presenta una linea costiera generalmente regolare, con pochi golfi o promontori. Le maggiori insenature sono costituite dal golfo di Carpentaria a nord e dalla Grande Baia Australiana a sud; tra i numerosi porti, i principali sono quelli di Sydney, Hobart, Port Lincoln e Albany. La Tasmania ha coste più frastagliate, soprattutto a sud-est, incise da profonde insenature e costellate da numerose piccole isole. Per oltre 2000 km, parallelamente alla costa orientale del Queensland, da Capo York alla città di Bundaberg, si estende la Grande Barriera Corallina.L'Australia ha avuto origine dall'antico Gondwana, continente della primordiale Pangea; la sua formazione geologica è quindi molto antica e risale a un periodo compreso tra i 3 e i 4 miliardi di anni fa. L'altopiano dello Scudo Australiano occidentale posa su una vasta e stabile piattaforma di rocce precambriane e ignee che costituiscono il nucleo centrale del continente originario. 



Terra di grandi contrasti e dimensioni, in larga parte disabitato e coperto da terreni che si prestano ad ogni tipo di esplorazione, l'Australia è un paese che pare appositamente disegnato per l'avventura. Proprio il turismo d'avventura - dove con avventura si intende ogni sorta di esperienza all'aperto, non solo quel che è l'accezione normale del termine - di scoperta e di full immersion nella natura è parecchio incrementato negli ultimi anni. 



L'Australia offre di tutto e di più, dal safari nelle aree più remote al bianchissimo atollo corallino, dall'arte aborigena alla metropoli più moderna, a foreste pluviali, deserti, fiumi, gole, e barriere coralline, senza citare tutte le attività di contorno, che sono numerosissime. 
L'Australia è il paradiso delle 4WD e una delle poche frontiere ancora presenti sulla Terra. Non per niente l'Australia ha ospitato leggendarie edizioni del Came Trophy e, annualmente, ospita la Discovery Channel Eco-Challenge, una gara di otto-dieci giorni di auto fuoristrada senza alcuna asistenza. E già che ci siamo, perché non ricordare anche che l'Australia mette a disposizione le basi e i mezzi per l'ultima vera avventura, l'Antartide? E' possibile raggiungerla in giornata con gli Antarctica Sightseeing Flights organizzati da Melbourne (Croydon Travel insieme a Qantas Airways) durante i mesi estivi. 



I gusti di chi ha già viaggiato questo splendido Paese-Continente dicono che è un Paese da viaggiare in motor home (camper) o camper van (furgoni adattati a spartani camper per 2 o 3 persone) o ancora in auto più tutta l'attrezzatura necessaria per il campeggio libero. Non mancheranno di certo le occasioni di qualche ritorno alla civiltà in un motel o albergo (e relativi servizi) ma intanto non potete fare cosa migliore di stare il più possibile all'aperto, a godere per conto vostro di una delle ultime frontiere del turismo. Ma pima ancora di prendere una qualsiasi decisione su come visitare e girare l'Australia, è importante sapere che è una cosa semplice da farsi fai-da-te per chiunque, per giovani e meno giovani e famiglie: sono sufficienti una cartina, qualche rudimento d'imnglese, la carta di credito e tanto tempo. Altro non serve. 



Appartengono al passato gli anni in cui l'Outback australiano era sconosciuto e irraggiungibile per gli stessi nativi, sinonimo di vera frontiera, di inondazioni improvvise, di pericolosi deserti, di fauna micidiale. Le strade asfaltate che ora coprono tutta la costa, collegano il sud al nord da Port Augusta a Darwin, e anche tutte le maggiori icone del turismo (Uluru, Kakadu, Monkey Mia, Ningaloo Reef, la Stockman’s Hall of Fame), e le stazioni di benzina, che pure offrono cibo, letti, docce, giornale e quanto altro cui siamo abituati, sminuiscono forse il mito dell'Outback ma lo rendono assai accessibile a tutti. Nemmeno rotture e problemi dell'auto sono un problema perché ogni roadstation ha un meccanico capace di far fronte a qualsiasi emergenza, di far arrivare il pezzo necessario nel giro di una giornata mentre in città occorrerebbero magari giorni. Pare antitetico ma è proprio così. 



Aiutati così a decidere il "come" girare l'Australia, siamo arrivati al "cosa" vedere. Anzitutto, ha una importanza rilevante il tempo, inteso come giorni da trascorrere in OZ. E' molto vicino alla realtà che vi si possono trascorrere 2 o tre anni senza scoprire tutti i segreti del Paese. Ma 2 o 3 anni sono fantascienza. Sono già sono fortunati coloro che potranno avere a disposizione 2 o 3 mesi, ma se il periodo - come è facile prevedere - è ancora minore, il consiglio migliore è quello di non strafare. Non ha senso fare centinaia e centinaia di chilometri al giorno solo per coprire tutto il Paese, mentre ad esempio ne ha molto ritagliare un'intera giornata da trascorrere su una spiaggia o all'ombra di un profumato eucalipto. 



La parte attorno Cairns è l'area più gettonata dagli adventurer. La presenza di aeroporti e di continui voli diretti da oltremare ha permesso incrementi di visite impensabili soltano un decennio addietro. Tutte le maggiori attrazioni naturali si possono visitare in tutta sicurezza, e ogni visitatore può scegliere in un'ampia gamma di opzioni, dal self drive al safari in tenda attraverso la regione di Daintree e Cape Tribulation, o alla singola attrazione, sia questa di bungee jump nella foresta delle Saddleback Mountains, o di seguire in canoa il corso del Mulgrave River, o di fare rafting, qualche puntata alla Great Barrier Reef. 



Il Kimberley, nel nord-est del WA, e relativamente prossimo al NT, è una delle maggiori attrattive australiane. Questa drammatica, difficile e scarna regione - con la più bassa densità di abitanti per chilometro del pianeta pur esendo grande tre volte la Corea del Sud - rivela sorprese quasi ad ogni passo, dalle dune rosse del Great Sandy Desert a nord, a grotte, gole, cascate, comprese quelle innescate dalla marea vicino a Derby, a est, e anche foreste e fauna come tartarughe giganti, salties, canguri, wallaby e tante altre specie ancora, tutte propria e uniche dell'Australia. Ancora un paio di decenni orsono, il Kimberley era accessibile solo agli esploratori esperti. Oggi, gli operatori usano veicoli 4WD, navi, elicotteri e piccoli aerei per realizzare i loro itinerari. Ognuno a modo suo, ognuno di essi collega tutte le maggiori attrazioni della regione: le gole del Fitzroy River; il Purnululu (Bungle Bungle) National Park, i coralli del Rowley Shoals, l'area vulcanica e sabbiosa della Prince Regent Nature Reserve e la Wolfe Creek Crater Meteorite Reserve, con un cratere del diametro di 850 metri. 



Vedere il Kimberley durante la stagione umida (l'estate australiana) significa assistere ad improvvise e violente (e pericolose) tempeste, con fiumi che in due o tre giorni si allargano a dismisura (il Fitzroy River può passare dai suoi soliti 100 metri a 10 chilometri). A nord di Perth si trovano altre meraviglie: una costa indimenticabile, con le spiagge e le camminate di Kalbarri, i delfini di Monkey Mia, Exmouth e Shark Bay, il Pinnacles Desert, il parco di manghi di Carnarvon e il superbo reef di Ningaloo Reef, lungo 260 chilometri e a soli 100 metri dalla riva della Coral Coast, dove ci si può immergere e nuotare con balene, mante, delfini e squali, insomma le stesse attrazioni ed emozioni della Great Barrier Reef orientale senza doversi imbarcare. Oltre a questi, come dimenticare Exmouth, il parco di Pilbara e Broome, ma anche gli insediamenti in pieno e selvaggio Outback, cittadine fantasma dove si scavava l'oro, allevamenti remoti di pecore o di bovini, spesso in pascoli estesi quanto intere nazioni europee, tutti meritevoli di una visita?




Se vi interessa il rafting - una delle attività più gettonate d'Australia - il Tully River nel nord del Queensland è forse la migliore attrazione di questo genere in quanto è ben servita, controllata, il livello dell'acqua è costante ed è sempre calda così che non è necessario indossare lo speciale abbigliamento mentre si scende attraverso foreste tutte censite dal World Heritage. 











La Tasmania è famosissima per i suoi rafting. Ne offre uno in uno dei pochi fiumi davvero selvatici, il Franklin, che non era stato scoperto fino al 1971. Questo rafting è l'equivalente dell'Everest per uno scalatore: un mito. Non tutte le attività della Tasmania richiedono questi livelli di preparazione. Ad esempio, ogni giorno dalla cima della Cradle Mountain partono escursioni giornaliere alla portata di tutti e non solo rafting. 



E le avventure abbondano anche nel South Australia, sede di deserti ma anche di amenità come Coober Pedy, capitale mondiale dell'opale. Qui, la costa meridionale offre fishing game (Port Lincoln) e immersioni. Numerosi safari partono da Broken Hill per l'Outback del New South Wales, un classico nel suo genere perché così vicino a Sydney, che merita almno un paio di giorni di visita. Da Melbourne, imperdibili anche la Great Ocean Road e una puntata dai simpaticissimi fairy penguin di Phillips Island.









Molti sono gli itinerari "classici" dell'Australia. 
Un "classico" è la traversata da sud a nord (e viceversa), cioè dai Flinders Ranges, al centro Rosso di Uluru (Ayers Rock), del Simpson Desert, del Kings Canyon e Alice Springs, alle meraviglie tropicali del Top End con il Kakadu National Park e il Katherine Gorge. C'è molto altro lungo la strada, luoghi poco frequentati ma non per questo meno meritevoli come Dalhousie Spring su un lato del Simpson Desert, centinaia di chilometri tra una piccola città e l'altra dell'Outback lungo i quali potrai immergerti e dormire sotto un cielo incredibile, un viaggio nel viaggio conoscendo le aree più remote e la sua gente, conoscendo molto di se stessi e della vita. Tutti i campeggi sono qui liberi, cioè aree appena attrezzate, con fuoco di legna, lontano dalla più vicina forma di civiltà. E' magico.






I tempi consigliati? Conta sempre una settimana o giù di lì per visitare rispettivamente Nullarbor, l'area attorno a Perth, per andare da Sydney a Melbourne seguendo la costa, per godere di un piccolo tratto della Great Barrier Reef, i dintorni di Cairns o le Whitsunday Island, per i dintorni di Alice Springs, per i Flinders Rangers, per Mt Isa più Tennant Creek, per Kings Canyon più Uluru più Kata Tjuta, per Port Augusta più Broken Hill. E una settimana intera è necessaria anche per Cape York, per il Channel Country tra Birdsville, Longreach e Cloncurry, per esplorare il Gulf Country (pesca al barramundi a Burketown, i fossili a Riversleigh e le meraviglie del Lawn Hill National Park a nord del Mount Isa.). 




Se hai un solo mese, limitati il più possibile ad un solo stato. Per esempio, un mese in SA vola via facilmente visitando prima le grotte, la flora e la fauna selvatica dei Flinders Ranges, seguito poi da un viaggio verso nord via Lago Eyre e la pista di Oodnadatta attraverso le oasi di Dalhousie Springs su un lato del Simpson Desert, e un ritorno alla civiltà attraverso le cantine vinicole della Clare Valley, le colline di sabbia e i laghi del Coorong, i leoni marini di Kangaroo Island e le spiagge attorno Robe e Beachport. 
Il NT è un'altra eccellente alternativa se hai un mese intero. Facendo base a Darwin - imperdibili i mercati all'aperto di Mindil Beach ogni martedì e somenica sera - ci sono escursioni quotidiane a Howard Springs e Berry Springs. Facile spendere una settimana nella regione del Mary River e del Kakadu National Park. 



Poi ci sono le Edith Falls, Katherine e il Nitmiluk National Park, dove un canoa-camping lungo la gola è un must. Permessi aborigeni permettendo, non puoi perdere le meraviglie della Coburg Peninsula e del Gurig National Park, la visita all'antica terra aborigena del Arnhem Land. A sud di Katherine ci sono le sorgenti calde di Mataranka, la outstation aborigena di Manyallauk dove i locali Jaowyn sono disponibili ad accompagnarti in una particolare escursione, spiegandoti le loro tradizioni, ed anche la Elsey Station di " We of the Never Never", un libro diventato una leggenda da queste parti, fino alla città remota di Borroloola passando per il fantastico Roper River. Un mese serve anche per il sorprendente angolo sud occidentale australiano, con le magnifiche spiagge attorno Esperance e Cape Le Grande National Park, la strada costiera del McKenzie River National Park, e le Stirling Ranges. 




Imperdibili le baie del surf tra Denmark e il Margaret River, le cantine vinicole, le foreste di alberi secolari, le grotte di Augusta. Un altro mese serve pe ril Victoria, e un altro ancora solo per visitare l'incredibile isola di Tasmania. 




Per ultima lasciamo forse l'eperienza più interessante che possiate fare in Australia, un breve viaggio nel viaggio attraverso l'affascinate, appagante, leggendaria, antichissima e sorprendente cultura aborigena. Difficilmente un australiano bianco vi parlerà volentieri di queste cose. Anzi, probabilmente vi girerà le spalle non appena tirete fuori questo tipo di curiosità. Nonostante nell'ultimo decennio si sia fatto molto per riparare ai numerosi torti subiti dal popolo indigeno, e molte terre siano tornate all'originale proprità delle Genti che le abitavano da decine di migliaia d'anni, il problema è ancora lontano dall'essere risolto, superato. 

Per viaggio nel viaggio non intendiamo una di quelle escursioni progettate ad uso e consumo del turista, con tanto di lanci di boomerang, lezioni di didgeridoo e brevi esposizioni artistiche o orali, ma una immersione totale in una cultura e una filosofia del vivere, del rapportarsi alla Natura e agli altri individui della stesse come di altre Genti ovunque si sia riusciti a ricostruire le Songlines (le Vie dei Canti) che fanno parte di un unico Dreamtime, una vera e propria storia Universale delle Genti, di tutte le Genti, qualcosa come 40 mila anni oralmente documentati. 

Tuffarsi nel magico mondo di una Outstation aborigena non è semplice, anzitutto perché le Genti sono sovrane nel proprio territorio e decidono autonomamente chi invitare, quando e perché, e si tratta sempre di motivazioni particolari, finalizzate alla massima sensibilizzazione del loro modo di vivere col minimo sforzo. Non possono essere quindi visite da fare all'ultimo momento, così, per curiosità. Ci sono informazioni da cercare (noi vi aiuteremo, ma fino ad un certo punto)... contatti da prendere... veri esami da sostenere (anche se non in senso scolastico)... e ci vuole tanta pazienza.

In secondo luogo, la visita alle Outstation non è, e non può essere, intesa come escursione turistica. In quei luoghi si vive come aborigeni, o non si vive affatto, e per farlo serve molta curiosità, sensibilità e apertura mentale ma credeteci... da nessun altra parte e in nessuna altro momento troverete tanto appagamento e tanta vita e tante domande nuove e tante risposte. Tornerete cambiati, questo ve lo posso assicurare...





Il mio consiglio. Guida da te il tuo motorhome, il tuo campervan, o la tua auto "all inclusive" di attrezzatura da campeggio, e poi fermati dove capita lungo l'itinerario proposto (oppure prenota volta per volta le tue piazzole nel campeggio d'arrivo). I nostri suggerimenti ti procureranno emozioni a non finire ma ti mettiamo in guardia sul fatto che - data la lunghezza degli itinerari proposti - i trasferimenti possono essere davvero molto lunghi e molto noiosi se a guidare sei sempre tu o è sempre la stessa persona, mentre con una buona rotazione subirete poche onseguenze perché i luoghi da vedere e in cui fermarsi lungo gli itinerari sono praticamente infiniti. Per lo stesso motivo, la durata e la cronologia degli itinerario posson facilmente allungarsi. Quelli che sono elencati sono considerati tempi minimi per vedere le attrazioni autraliane più importanti, ma di una cosa siamo sicuri: con i nostri suggerimenti farai un viaggio indimenticabile, e per motti versi ti sembrerà di tornar eindietro nel tempo, agli anni dei pionieri. Gli itinerari proposti vanno bene in qualsiasi stagione con la sola avvertenza di evitare la stagione umida (da novembre a marzo per i NT, nord Quennsland e il Kimberley) perché piove davvero molto, i parchi sono impraticabili e persinole maggiori Hyghway vengono continuamente interrotte da alluvioni improvvise. Sempre nello stesso periodo, in questi luoghi non si può fare il bagno - almeno sulle coste del continente, perché le acque si affollano di mortali meduse riichiamate dal ricco nutrimento che i fiumi in piena riversano in mare.




Itinerari in Australia: il deserto

Itinerari in Australia
Per un viaggio di nozze. Per delle vacanze studio. Per un viaggio entusiasmante. Qualunque sia la vostra finalità, conoscere e scoprire l’Australia è meraviglioso. Un continente selvaggio, eppure sofisticato. Sconfinato. Viaggerete molto in aereo, probabilmente: prendete confidenza con quest’idea, soprattutto se vorrete visitare le principali attrazioni del paese. Il deserto, l’architettura, la natura affascinante, le metropoli. Parole attorno alle quali costruire un sogno. Utilità: in quest post indico alcune tappe per un itinerario in Australia, anche se il suggerimento di fondo è di lasciare che l’istinto e le occasioni che vi si presenteranno di fronte siano la vera bussola del vostro viaggio. Nessun pacchetto su misura, solo poche ma essenziali indicazioni.
Un itinerario grazie al quale riuscirete a vedere se non tutte le principali attrazioni di questo affascinante continente. Partendo da ovest, passando per il deserto, i parchi nazionali, le stupende spiagge, alla scoperta delle meraviglie vegetali e animali, attraverso luoghi incontaminati ma comunque accessibili. E ancora: gli spettacolosi acquari, le immersioni nella barriera corallina. Passando per il cuore di pietra Uluru, vera fantasmagoria di colori, tale da diventare oggetto di culto per gli aborigeni.
Tanta natura e tante suggestioni, ma non solo. L’itinerario suggerito  ovviamente prevede anche la visite ad alcune delle più belle e suggestive metropoli australiane, da ovest verso est, per poi andare a nord. Sydney, Perth, Melbourne, Cairns, Adelaide. attraverso monumenti storici, ristoranti da non perdere e luoghi di shopping. Tutto quello che potete desiderare da uno dei luoghi più intriganti del mondo.
Viaggio in Australia
Viaggio in Australia

Viaggio in Australia: alcuni preparativi

Cominciamo dalle basi. Quale compagnia aerea? Nel post informazioni per un viaggio in Australia ve ne suggerisco un paio. Anche da altre testimonianze posso suggerirvi come prima scelta  la Qantas: il trattamento a bordo, anche per la economy, è davvero buono. Poltrone ampie e spaziose, personale di bordo gentile. Considerate che in aereo dovrete starci varie ore: non sono particolari da trascurare. Altre indicazioni circa le cose basilari da sapere prima di partite le trovate in Viaggio in Australia: consigli pratici.
Ovviamente il cosa vedere dipenderà molto dalla risposta che darete ad un’altra domanda: quanto stare? Il mio suggerimento è, se potete, di starci almeno tre settimane. A meno che non vogliate correre come trottole o tornare a casa con il rammarico di aver visto poche cose questo è il minimo sindacale per un viaggio in Australia. Bene. Detto questo. Si parte?

Il deserto, le spiagge del Monkey Mia, il parco nazionale di Kalbarri, Wave Rok e le isole di fronte a Perth

Prima tappaPerth e le vicinanze. Il deserto le spiagge del Monkey Mia con i delfini, il Parco nazionale di Kalbarri, il Wave rock, le isole e la fauna. La natura poderosa vi conquisterà, e le notti in città vi sedurranno. Tempo minimo consigliato 10 giorni.
Cosa vedere a Perth? La prima città che vi consiglio di vedere è Perth, che si trova sulla costa occidentale. Anche se non è proprio un paesino (oltre un milione e mezzo di abitanti) è una città piacevole visitare comodamente a piedi. Vi consiglio di iniziare il giro da Perth Mint, la Zecca di Perth. Nel secolo scorso questa zona era famosa per la corsa all’oro, con miglialia di avventurieri a cercare di far fortuna. Questo edificio testimonia questo periodo storico, fatto di speranza, danari, fortune spropositate e atroci delusioni. Oggi non è più attiva, ma al suo posto troverete una sorta di museo molto interessante. Un altro posto da non perdere assolutamente è Kings Park, il parco più famoso della città. Un panorama mozzafiato, incredibile soprattutto al tramonto, dove far fotografie della città che si colora e quasi si incendia all’imbrunire.
Dove mangiare a Perth? Nella zona turistica (City) troverete diverse soluzioni: i più coraggiosi potranno assaggiare la carne di canguro che, dicono, sia molto simile a quella di cavallo. Non conosco nè l’una nè l’altra, ma da quel che so dovrebbe avere un sapore dolciastro. Se proprio ci tenete provatela. Non so dirvi di più.



Monkey Mia






















Cosa vedere nelle vicinanze di Perth?Come si può andare in Australia e non vedere il deserto Rosso di Perth? Sarebbe un delitto. Ecco quindi che con un minitour di tre giorni potete vedere alcune delle meraviglie naturali di questa zona tra cui, appunto, il deserto dei Pinnacoli, famoso per la presenza di formazioni rocciose create dal vento e da altri agenti atmosferici.
Partendo da Perth e attraversando il deserto (in pullman, 12 ore con varie soste per le foto e necessità varie) potete arrivare alla spiaggia di Monkey Mia resa famosa perchè, da oltre trent’anni, dalle 7 alle 8 del mattino, i delfini si affacciano sulla riva. Docilissimi, affabili, per niente impauriti o infastiditi dalla presenza umana (purchè altrettanto docile e affabile). L’incontro ravvicinato con questo mammifero è unico ed entusiasmante. Il perchè di questa abitudine, cioè di presentarsi a quella spiaggia a quell’orario ve lo spiegheranno i ranger del posto. Non voglio svelarvi questo piccolo ma intrigante mistero.



Sempre in questa zona potrete vedere gli stromatoliti, delle strane pietre che respirano definiti il primo essere vivente della storia apparso sulla terra. A rendere ancora più affascinante la loro presenza c’è questo dato: su alcuni meteoriti di origine marziana si sono recentemente trovate tracce di strutture simili agli stromatoliti che proverebbero l’esistenza di vita su Marte in un lontano passato. Gli appassionati Voyager ne andranno pazzi. Da non perdere assolutamente il parco di Kalbarri, dove potrete vedere della affascinanti gole profonde anche 200 metri. 
Wave rock Australia


Wave rock Australia


Una volta finito il minitour potrete tornare a Perth, e decidere le tappe successive del vostro viaggio in Australia.
Un’altra meraviglia della parte occidentale dell’Australia è senza dubbio Wave Rock, l’onda di granito, nei pressi diHyden. Scoperto per caso solo poche decina di anni fa da un fotografo avventuroso, il luogo è diventato famosissimo per la bellezza (la foto rende abbastanza) e raggiunse la notorietà grazie alla foto scattata che vinse un concorso.
Le isole. Sempre a partire da Perth è possibile visitare le stupende spiagge della zona, abitate da animali che vivono solo qui. Partendo dal molo di Perth (approfittatene per vedere anche la Swan Bell, la torre campanaria avvenieristica, proprio lì di fronte) potete prendere i traghetti per Fremantle e Rottnest Island.
Quest’ultima è un’isola, così chiamata per la presenza dei quokka (piccoli animali a metà strada fra canguri e roditori) ,  caratterizzata da delle spiagge bianchissime. Potete girare l’isola noleggiando della biciclette. Presso Fremantle, invece, potrete vedere la caratteristica prigione: gli amanti del paranormale saranno lieti di sapere che qui si svolgono dei tour tra le celle alla ricerca di fantasmi.

Da Perth a Melbourne

Seconda tappa: Melbourne e le luci della città. I locali, i canguri. La costa, le città balneari e il parco nazionale. Tempo minimo per questa tappa: 2 giorni
Da Perth a Melbourne. Come dire: da sud ovest a su est. A meno che non abbiate molto tempo è consigliabile spostarsi da Perth a Melbourne con un volo interno (circa 4 ore). Potrete spostarvi utilizzando la compagnia di bandiera, la Qantas.  Altrimenti ci sono circa 3400 km ad attendervi. E non mi risulta che ci sino mezzi pubblici.
Melbourne è una città elegante e snob, in perenne competizione con Sydney. Le architetture art deco e quelle moderne vi impressioneranno, così le sue mille luci che si specchiano nel fiume Yarra. Per avere una visione panoramica vi suggerisco di andare verso le Rialto Towers. Meravigliose viste dal basso, ed è mozzafiato vedere il panorama circostante, soprattutto di sera. Le luci naturali e quelle artificiali intesseranno scenografie danzanti su un palco urbano. Difficile dimenticarsi di certe visioni. In ogni caso: hanno inventato le macchine fotografiche per i casi di amnesia temporanea.
Dove mangiare a Melbourne? Ogni tanto questa necessità si ripresenta con una certa importanza. Il consiglio è dirigersi cerso Southgate, ex zona industriale ora piena di ristoranti e locali.
Cosa vedere a Melbourne e dintorni? Da vedere sicuramente nelle zone circostanti c’è laGreat Ocean Road, con le città balneari più famose della zona (Torquay, Anglesea, ecc) fino a Port Cambell National Park, la cui costa costituisce il tratto più spetttacolare della zona. Qui potrete vedere i mitici Dodici Apostoli, gli scogli famosi che si possono ammirare da una balconata.
Qui volendo potete fare  un giro in elicottero. Ma vi avviso: sono 150 euro a testa per 10 minuti. E’ fortemente sconsigliato a chi soffre di vertigine, ma chi l’ha fatto dice che si l’immagine è meravigliosa- anche se rimane  il sospetto che pur di giustificare la spesa qualcosa di buono si trova per forza. Elicottero a parte, vedrete i canguri, i koala (i quali ho scoperto che dormono 20 ore su 24) e altre attrazioni naturali.

Da Melbourne ad Adelaide e poi verso Kangaroo Island: viaggio verso la natura incontaminata

Terza tappa. Una breve sosta presso la capitale del South Australia e poi i tour a conoscere la fauna della Kangaroo Island. Una tappa imperdibile per chi ama gli animali; trascurabile per chi non è amante della natura. Durata minima consigliata 3 giorni.
Altro giro, altro volo. Da Melbourne a Adelaide, la Capitale del south Australia. Il centro città mantiene una struttura vittoriana, ma a segnare in maniera importante il suo skyline sono evidentemente i grattacieli. per visitare la città potete partire da Victoria Sqaure, ombellico e simbolo, con la sua fontana; potete poi dirigervi verso Kings Williams e poi Rundle Mall, la via dello shopping (finalmente, dirà qualcuno). La visita sarà breve: perchè da Adelaide si riparte verso la Kangaroo Island (sì, ancora un aereo). Questa volta il volo vi sarà gradito: dura poco ed è a bassa quota: potrete perciò godervi con il paesaggio che è davvero prodigioso.
Se non siete proprio stremati, al vostro arrivo potrette dirigervi verso il museo marittimo e dinotte assistere ai pinguini che tornano alle loro tane dal mare. Mi raccomando: non usate le normali pile per fare luce, perchè dareste fastidio ai pinguini i quali, dopo una giornata di lavoro, desiderano tornare a casa senza qualche umanoide che si mette a fare il turista. Per non perdere nulla di questa esperienza utilizzate delle torce adeguate.
Leoni marini, koala e canguri. Le escursioni faunistiche a Kangaroo Island sono la principale attrazione. Anche perchè gli unici abitanti dell’isola sono, appunto, gli animali, la quale è disabitata sin dal 1802. Proprio per questa ragione la fauna e la flora sono rimaste intatte, e questa è una occasione imperdibile per venire a contatto con la natura quasi incontaminata. Quasi perchè comunque c’è un porto (oltre all’aereporto, anche se in formula minimale, dove siete atterrati) i luoghi per soggiornare e per ristorarsi (fattorie e hotel).

Verso Sydney, la metropoli più vivibile al mondo

Quarta tappa. La mitica Sydney, luogo di incontri cordiali e viste superbe. La Bondi Beach e il wildlife Park. Il quartiere dei Rocks e di Kings Cross (quello trasgressivo). Tempo minimi per questa tappa: 3/4 giorni( o anche tutta la vita, se volete).
Rientrati ad Adelaide la tappa successiva è Sydney (indovinate un po’…? Sì! In aereo! Contenti?). La città più volte premiata per la sua vivibilità. Mai come in questo caso dire che è a misura d’uomo potrebbe essere più calzante, pur essendo una metropoli. Le persone sono cordiali, ed etnie e culture diverse convivono pacificamente. Non è infatti un caso che in molti cercano offerte di lavoro a Syndey.
Australia: foto
Opera House






Se state cercando un hotel, allora vi consiglio di guardare nella zona di Darling Harbour, piccolo porto con tanti locali alla moda vicino all’Acquario. Da lì potete incamminarvi verso la famosa Opera House, e poi prendere un traghetto verso Manly, una delle spiagge più famose, per fare delle foto della baia al tramonto.
Prendetevi comunque un po’ di tempo per visitare la città: vale davvero la pena. Fate una visita a il quartiere dei Rocks, il più antico insediamento urbano della città), Kings Cross (il quartiere trasgressivo) e la spiaggia di Bondi Beach famosa per il surf.
Non potete passare da Syndey senza vedere il famoso Acquario,  uno dei più famosi dell’Australia. Col suo tunnel in cui nuotano gli squali, e altri pesci magnifici. Assecondando la vena naturalistica che ha contraddistinto questo itinerario in Australia, vi suggerisco quindi di vedere anche Wildlife Park, una sorta di zoo, dove i canguri ti passano in mezzo alle gambe (ovviamente se loro sono molto piccoli e voi molto alti) e altri animali davvero incredibili.
Assolutamente da vedere anche  Town Hall, il vecchio municipo, la St Andrews’ Cathedral, la più antica cattedrale australiana e infine Queen Victoria Building, l’elegante centro commerciale della città (per un altro giro di shopping).
Dove mangiare a Sydney? Un posto davvero spettacolare è da Phillip’Foote, dove potete scegliere il vostro pezzo di carne, prenderlo, e cucinarlo come volete presso gli enormi grill sparsi per il ristorante; oppure (ma non è economico, anche se ne vale la pena) sulla Sydney Tower, la più alta torre dell’emisfero sud, con is usoi 325 metri di altezza. A 305 metri c’è il ristorante girevole (giro completo in un’ora) e si mangia a buffet. Ripeto, non è economico, ma la vista spettacolosa vi ripagherà i sensi.

Da Sydney verso Uluru, il misterioso cuore di pietra dell’Australia

Quinta tappa. Verso il cuore aborigeno dell’Australia, l’Uluru, il magnifico monolite cangiante. Tempo minimo: dal tramonto all’alba
Dalla vivibilissima Sydney verso Uluru (Ayers Rock) il duro e misterioso cuore di pietra situato proprio nel mezzo dell’Australia. E’ molto famoso infatti, oltre che essere oggetto di culto religioso degli aborigeni, per essere privo di spaccature, un unico enorme monolite. Uluru è visibile da decine di chilometri di distanza ed è celebre per la sua intensa colorazione rossa, che muta in maniera spettacolare (dall’ocra, all’oro, al bronzo, al viola) in funzione dell’ora del giorno e della stagione. Nei pressi è da visitare anche il Centro Culturale Aborigeno. Il consiglio è di sostare presso l’Uluru fino al tramonto e anche la mattina, quanto i giochi di luce sopra descritti vi faranno provare emozioni indescrivibili. Una cena all’aperto presso i ristoranti della zona completeranno una giornata davvero romantica, oltre che emozionante.

Dal centro Australia al nord est, verso Cairns

Sesta tappa. Verso il nord, tra surf, diving ed immersioni verso la barriera corallina barriera. Tempo minimo: due giorni.
Dopo esservi riempiti gli occhi con i colori cangianti di Uluru dirigetevi verso Cairns, nel nord est dell’Australia. Cairns, una città turistica dedicata agli sport d’acqua, il surf e il diving soprattutto, oltre allo snorkeling. Se da un punto di vista storico non c’è molto da visitare, vale la pena visitare questa zona per i night market, negozi aperti anche di notte dove poter trovare davvero di tutto, e soprattutto perchè Cairns è il punto di partenza per le escursioni verso la barriera corallina: ciò che vedrete sott’acqua ha del miracoloso. Non vi pentirete di aver fatto anche questa tappa.
A sud di Cairns inoltre potrete fare un tour nella foresta pluviale nel Parco Nazionale di Wooroonooran e volendo potete prosgeuire fino alle Cascate Josephine, e ad alcune fattorie dove allevano coccodrilli- dove, volendo, potrete prendere in braccio qualche cucciolo. Che potrebbe essere un’immagine perfetta da conservare nel cuore e nei ricordi- oltre che ideale per concludere il vostro film delle vacanza in Australia.

lunedì 23 gennaio 2012

L’Isola di Pasqua – I Video di Altre Mete


Quello che Io Vorrei Che Voi Notaste è il “Carattere Assolutamente Insolito” di Questi Video , che sono Frutto di una lunga ed Estenuante Ricerca sul Web atta a proporvi gli Aspetti più Insoliti e Nascosti dell’Isola di Pasqua!.
Non Mancano i Famosi “Video D’Epoca di Altre Mete” e Quelli in lingua Originale per Darvi una descrizione dei Luoghi che tratto nel Mio Blog , Sempre Diversa , da Quella che troverete sui soliti “Rotocalchi Turistici!”.

sabato 21 gennaio 2012

L'Isola Di Pasua - Rapa Nui - Cile




All'origine l'Isola di Pasqua non aveva nome, essendo l'unico mondo conosciuto dai suoi abitanti, i quali, dopo il loro misterioso arrivo - da levante o da ponente? - non si erano mai spinti oltre.
Per un certo periodo la minuscola isola viene chiamata "Te-Pito-te-Henua", che significa "fine" o "frammento della terra" e che taluni traducono con "ombelico del mondo". Un altro nome è "Mata ki te Rangi", gli "occhi nel cielo", ma la definizione più comune diventa Rapa Nui, la "Grande Isola", nel senso di "importante".



La Storia
Gli antropologi hanno trovato in Polinesia tracce di insediamenti umani a partire dal 1200 a.C.
Le Isole Marchesi vengono popolate nel 300 d.C. e l'Isola di Pasqua nel 400 d.C. circa.
Il primo periodo evolutivo di Rapa Nui si svolge tra il V e l'XI sec. d.C., seguito da un periodo di grande sviluppo tra il XII e il XV secolo, con punte massime di popolazione fino a 15mila abitanti.
La decadenza coincide in pratica con l'arrivo degli esploratori occidentali, quando la popolazione scende a meno di mille persone. Sulle cause del definitivo collasso dell'isola, nel XVIII secolo, vi sono diverse ipotesi: eccessiva deforestazione, mancanza di risorse idriche e alimentari, guerre fratricide, epidemie o forse tutto ciò insieme.
Raccogliendo i dati sui "capi supremi" dell'isola, così come vengono tramandati dagli indigeni, si contano dal XII al XIX secolo 30 generazioni di re storici, calcolando in media 25 anni di regno per ciascuno.
Le tribù principali sono state sempre due, ostili tra loro, e suddivise a loro volta in dieci sotto-clan familiari chiamati "mata-iti".



La leggenda
Secondo la leggenda, i primi abitanti giunsero da un'isola chiamata Marae-rengo o Hiva, situata ad occidente.
Da quelle terre partì un re, Hotu-Matua, insieme alla sua tribù, portando con sé animali, alberi, semi di frutti e fiori che vennero piantati sull'Isola di Pasqua, dove approdarono dopo un lungo viaggio in canoa.
Le ragioni di questa emigrazione, presumibilmente dalla Polinesia, sono ignote: rivalità tribali, carestie, catastrofi naturali o eccesso di popolamento?
Alla sua morte Hotu-Matua divise il regno tra i figli e così iniziarono i primi conflitti tra le tribù.
Vigeva una rigida gerarchia: al primo posto c'era il re (ariki-mau) dai poteri divini, poi vi erano i sacerdoti (ivi-atua), i nobili (ariki-paka) e i guerrieri (matato'a).
Gli artigiani formavano una classe a sé: il mito racconta che furono gli "Uomini dai Lunghi Orecchi" a costruire inizialmente i Moai, sconfitti poi dagli "Uomini dai Corti Orecchi".



Guerre tribali
Una leggenda di Rapa Nui dice: l'isola era dominata dai "Lunghi-Orecchi" che fecero costruire i "Moai" e gli "Ahu" ai "Corti Orecchi", loro schiavi.
Un giorno i "Lunghi-Orecchi" ordinarono ai "Corti-Orecchi" di gettare tutte le pietre in mare, ma i "Corti-Orecchi" si opposero perché le pietre aiutavano a far crescere le patate e la canna da zucchero, unica fonte di sostentamento.
I "Lunghi-Orecchi" decisero allora di uccidere tutti gli schiavi e di mangiarseli.
Ma il piano fallì e, al contrario, i "Corti-Orecchi" riuscirono ad uccidere e bruciare i crudeli "Lunghi-Orecchi" e divennero padroni dell'isola.
Gli scavi archeologici hanno messo in luce un'immensa trincea con un grosso strato di cenere e carbonella che potrebbe essere il luogo della mitica fine delle "Lunghe Orecchie".
A sostegno della sua tesi sull'origine amerindiana dei pasquensi, Heyerdahl ricorda che già gli Incas parlano di un popolo dalle "grandi orecchie" che sarebbero gli artefici delle colossali statue abbandonate nelle Ande.



Il cannibalismo
I pasquensi - chi vergognandosi e chi divertendosi - chiamano i loro antenati "kaitangata", "mangiatori di uomini". Non sono così lontani i tempi in cui gli abitanti dell'isola praticavano l'antropofagia, visto che l'ultima notizia risale al 1903, quando vennero mangiati alcuni guardiani della Compagnia inglese che sfruttava l'isola. Anticamente il cannibalismo aveva funzioni rituali: quando moriva un re, il figlio doveva nutrirsi della carne del padre - cervello, occhi, naso, bocca e lingua - per appropriarsi del "mana" che risiede nella testa e che gli dona il potere. Un altro tipo di cannibalismo è l'antropofagia bellica: mangiare il proprio nemico vuol dire annientarlo definitivamente e non vi era insulto più grave che rivolgersi con la bocca aperta verso i prigionieri sopravvissuti dicendo: "la vostra carne mi è rimasta tra i denti". Impegnati in guerre sempre più violente, tralasciando il lavoro agricolo, i pasquensi soffrivano di scarsità di cibo e la carne umana diventava un elemento fondamentale per nutrirsi. Dai ritrovamenti archeologici risulta che, intorno alla metà del Seicento, i consumi di carne animale diminuiscono, mentre aumentano quelli di carne umana. 



La lingua e il "rongorongo"
Il rapanui fa parte del ceppo linguistico chiamato "austronesiano", che tra Asia e Polinesia conta circa 800 idiomi. Il rapanui deriva probabilmente dal polinesiano arcaico, sviluppando, a partire dal VI sec. d.C., delle parole esclusivamente proprie. Ma anche studiando la lingua rapanui, a tutt'oggi non si è riusciti a decifrare le poche tavolette disegnate e incise sull'isola, chiamate "ko hau moto mo rongorongo" (linee di scrittura per recitazione). Ai nostri giorni rimangono soltanto 21 tavolette, con un totale di 14.021 caratteri, scampate alla furia dei missionari che, reputandole oggetti idolatri, speravano - distruggendole - di facilitare la conversione al cristianesimo. In seguito, fu proprio il vescovo di Tahiti Jaussen a capire la loro unicità e salvarle, tentando una prima interpretazione. Dalle tradizioni orali sappiamo che le tavolette venivano usate durante i cerimoniali ed i cantori, brandendole, probabilmente sottolineavano i punti salienti degli inni. Anche i sacerdoti utilizzavano i "rongorongo" per lanciare o togliere maledizioni. 



Gli "Ahu"
Gli "Ahu" sono delle piattaforme adibite a centri cerimoniali. Il più delle volte servivano come piedistallo per i Moai, ma si conoscono anche Ahu concepiti senza statue. Le piattaforme in pietra basaltica potevano raggiungere i 150 metri di lunghezza per 3 metri di altezza. Su una terrazza vicina all'Ahu, venivano esposti i corpi dei defunti per due o tre anni. Poi venivano seppelliti in una delle celle sotto la rampa che portava alle statue. La credenza voleva che il defunto vagasse intorno alla piattaforma e - ricevuti i doni di rito - sarebbe partito per il "po" (la notte), luogo da dove erano partite le navi degli antenati.
Il culto dell'uomo uccello
L'uovo è l'incarnazione del dio Make-Make, al quale era dedicata la cerimonia dell'"Uomo-Uccello", "tangata manu". Il centro del rituale era il villaggio di Orongo, abitato esclusivamente in occasione della festa autunnale, situato sul bordo del cratere Rano-kao, in mezzo ad un ammasso di pietre incise con raffigurazioni dell'uomo-uccello. I guerrieri (matato'a), aspiranti al titolo di "Uomo-Uccello", inviavano un loro servo ("hopu") sullo scoglio di Motu-nui, a breve distanza dalla costa, per osservare il volo degli uccelli "Manu-tara" e per segnalare il momento della deposizione delle uova. L'"hopu" che per primo scopriva l'uovo urlava una formula rituale al suo padrone e, legatosi l'uovo sulla fronte, raggiungeva a nuoto l'isola, schivando le onde e gli squali.
Cioè: Ogni anno i giovani più vigorosi si gettavano nei flutti dalle scogliere di Orongo e a nuoto raggiungevano l'isolotto di Motu-nui ove era stato nascosto "il primo uovo di Manutara". Quindi, sempre a nuoto, portando l'uovo in mano, dovevano ritornare indietro e consegnare l'ambito trofeo al capo del villaggio. Dovevano nuotare fra i marosi, evitando gli scogli aguzzi e cercando di distanziare gli avversari, stringendo un uovo in mano senza schiacciarlo. Il vincitore posava l'uovo sul capo del guerriero che diventava l'"Uomo-Uccello", una prova tutt'altro che semplice. E che spesso terminava con la morte di uno o più partecipanti. Ma al vincitore spettava nientemeno che, per un anno, "il favore degli dei". Che non era cosa da poco, in un'isola altamente religiosa. In più, e anche questo era un dettaglio tutt'altro che trascurabile, l'uomo-dio dell'anno acquistava un grandissimo potere politico.
Rarissime volte, lo stesso "hopu" poteva aspirare a questo titolo. Tra i privilegi dell'"Uomo-Uccello" c'era quello di dare il proprio nome di investitura al nuovo anno e di essere mantenuto a carico completo della tribù. Dopo le feste, altri ragazzi potevano cercare uova o pulcini sull'isolotto: le uova - sacre - venivano offerte agli dei, mentre i pulcini erano allevati e poi liberati con la formula "vola lontano su altre terre". Il primo rito dell'"Uomo-Uccello" risale al periodo di decadenza intorno al XVI secolo, mentre l'ultimo cerimoniale si svolse nel 1878. 



Le cave

La cava di tufo dalla quale provengono la maggior pare dei Moai si trova sul vulcano Rano Raraku. Nella cava sono stati scoperti 394 Moai che presentano diversi stadi di lavorazione. Dalle ultime ricerche archeologiche risulta che l'inizio dello sfruttamento della cava risale al X secolo, anche se il "periodo d'oro" va dal XII al XVI secolo. I grandi cappelli di cenere vulcanica rossa provengono invece dal monte Punapau che Métraux chiama, a causa del suo colore, "una piaga sanguinante in mezzo ai pascoli". Sull'isola esistono anche diverse cave di ossidiana, un materiale vulcanico nero che serviva per fabbricare le armi e gli strumenti da lavoro. 



Il trasporto dei Moai
I pasquensi raccontano che i Moai si muovevano grazie al "mana" del mitico capo Tuu-ko-ihu, che faceva camminare le statue. La studiosa che per prima si è posta il problema, Katherine Routledge, sostenne che l'erezione dei colossi avveniva mediante delle rampe costruite con ciottoli arrotondati, rese scivolose da una patina di patate schiacciate per non danneggiare la statua. La messa in posa finale sarebbe stata possibile grazie a delle leve di legno. La tesi era avvalorata dal ritrovamento di alcune rampe di pietra sui fianchi delle piattaforme. Secondo Alfred Métraux i Moai venivano trascinati su dei tronchi - legno portato dal mare, visto la scarsità degli alberi - utilizzati come rulli. Durante la spedizione norvegese di Thor Heyerdahl, l'archeologo statunitense Mulloy ha sperimentato il "viaggio" di un Moai: con l'aiuto di una dozzina di pasquensi si è riusciti a spostare, in 18 giorni, una statua alta 4 metri e pesante 10 tonnellate. Secondo Mulloy gli antichi costruivano una slitta di legno dove il Moai veniva appoggiato sul ventre. Posizionata una forcella sulla statua, veniva fatta passare una corda intorno al collo del colosso e poi fissata al vertice dei pali. Tirando la forcella in posizione verticale, il Moai si sarebbe spostato in avanti, aiutato dalla slitta. Continuando le oscillazioni, la statua avrebbe "camminato" fino alla destinazione finale. 



Navigatori ed esploratori
  • 1488: Bartolomeo Diaz traccia la rotta per il Capo di Buona Speranza 
  • 1519-22: Viaggio di Magellano, che trova la rotta del Pacifico 
  • 1568: Alvaro Mendana de Neyra scopre le Isole Salomone 
  • 1577-80: Circumnavigazione del Pacifico di Sir Francis Drake 
  • 1595: Alvaro Mendana de Neyra arriva alle Isole Marchesi 
  • 1615-16: Viaggio di Jacques Le Maire e William Schouten per Capo Horn. Scoperta delle Isole Tonga. 
  • 1687: Primo "avvistamento" dell'Isola di Pasqua del pirata Edward Davis 
  • 1721-22: Viaggio di Jacob Roggeveen che scopre l'Isola di Pasqua 
  • 1766-68: Samuel Wallis scopre Tahiti 
  • 1766-69: Viaggio nella Polinesia di Louis-Antoine Bougainville 
  • 1768-71: Primo viaggio di James Cook 
  • 1770: Felipe Gonzalez y Haedo rivendica l'isola di Pasqua per la Spagna 
  • 1772-75: Secondo viaggio di James Cook. Arrivo sull'Isola di Pasqua 
  • 1776-79: Terzo viaggio di James Cook. Viene ucciso alle Hawaii. 
  • 1785-88: Viaggio di La Pérouse. Arrivo sull'Isola di Pasqua 
  • 1791-95: George Vancouver scopre l'ultima isola Polinesiana (Rapa) 
  • 1872: Viaggio di Pierre Loti, che porta un Moai al Musée de l'Homme di Parigi 



Polemiche sull'origine
L'archeologia moderna sta tentando di risolvere l'enigma di Rapa Nui. La teoria di Heyerdahl circa l'origine andina è in parte caduta o, comunque, si è trovato un compromesso durante il Congresso Scientifico del Pacifico nel 1961. Le fasi migratorie sarebbero due: una proveniente dall'Asia e dalle isole della Polinesia, l'altra dall'America del Sud. Nel 1988 una spedizione spagnola ripeté l'esperimento di Heyerdahl, partendo dalla costa del Perù su una barca di giunco degli Indios del Lago Titicaca e giunse dopo tre mesi in Polinesia. Gli ultimi studi genetici sul DNA mitocondriale delle ossa e le ricerche sui crani hanno rivelato affinità tra i pasquensi e i polinesiani, ma non tra pasquensi e amerindiani. Di contro, le analisi del sangue eseguite dai Commonwealth Serum Laboratories di Melbourne hanno confermato delle affinità tra rapanui e indigeni del continente americano. Dall'antropologia fisica degli scheletri risulta un miscuglio di diversi gruppi etnici e probabilmente i primi coloni di Rapa Nui erano già frutto di incroci tra varie popolazioni del Pacifico. Gli esami con il Carbonio 14 datano i più antichi reperti intorno al 690 d.C. con lo scarto - in più o in meno - di un secolo, per cui l'arrivo dei primi abitanti sarebbe avvenuto intorno al V-VI sec. d.C. 



Uno sguardo sull'isola
All'isola di Rapa Nui manca una barriera corallina e quindi le coste sono fortemente erose dall'azione del mare. I materiali vulcanici sono molti fragili, per cui gli archeologi da tempo cercano dei rimedi per salvare il patrimonio dell'isola. Per proteggere le statue dall'erosione, lo studioso cinese Sinoto sta sperimentando il "parabond", una sostanza chimica. Dal 1935 le zone archeologiche dell'isola sono Parco Nazionale. A partire dagli anni Sessanta, missioni del Cile, degli USA, della Spagna e della Norvegia hanno scavato e restaurato numerosi Ahu, case e villaggi - tra cui il centro rituale ed i petroglifi di Orongo - e molti Moai sono stati ripuliti dai licheni, ricomposti e innalzati. Recentemente sono iniziati sull'isola gli studi di biologia scheletrica e di paleopatologia delle sepolture multiple di Tongariki, condotti dalla Fondazione Ligabue di Venezia in collaborazione con il Cile. Le analisi sui circa 80 scheletri, risalenti al XII secolo, stanno dando risultati fondamentali per la conoscenza sull'origine genetica dell'antica popolazione pasquense. 



Uno sguardo dall'isola
Durante la spedizione del 1955 di Thor Heyerdahl, un giovane rapanui, Sergio Rapu, aveva aiutato gli archeologi nelle loro ricerche. Quando, nel 1986, lo studioso norvegese è tornato sull'isola, Sergio Rapu era diventato governatore di Rapa Nui, nonché stimato archeologo. Durante le sue campagne di scavo, Sergio Rapu ha ridato la "vista" all'Isola di Pasqua, scoprendo i frammenti di corallo usati per gli occhi dei Moai, che dettero all'isola il nome "Mata ki te Rangi", gli "occhi nel cielo". Nel 1982, Sergio Rapu ha "ricostruito" nuovi occhi per ridare ai Moai lo sguardo di un tempo. 



Cronologia
  • 1300 - 1000 a.C.: lento popolamento delle isole della Polinesia
  • 1000 a.C. - 400 d.C.: migrazione dalla Polinesia verso altre terre e isole 
  • 400 - 1000 d.C. periodo di popolamento dell'isola. 
  • 1000 - 1500 d.C.: periodo di espansione; sviluppo dell'agricoltura; massimo incremento demografico; costruzione dei Moai. 
  • 1500 - 1722 d.C.: periodo di decadenza e cannibalismo. 
  • 1687 Primo "avvistamento" dell'Isola di Pasqua 
  • 1700 - 1800 "Guerra della Caduta delle Statue" 
  • 1721-22 d.C.: Viaggio di Jacob Roggeveen che scopre l'Isola di Pasqua 
  • 1772-75 d.C.: secondo viaggio di James Cook: arrivo sull'Isola di Pasqua 
  • 1785-88 d.C.: Viaggio di La Pérouse. Arrivo sull'Isola di Pasqua 
  • 1860 d.C.: arrivo dei primi missionari. 
  • 1867 d.C.: morte di Gregorio, l'ultimo re rapanui. 
  • 1888 d.C.: annessione di Rapa Nui al Cile. 



Popolazione, abitazioni, paesaggi
Museo vivente, a circa 4000 km dal continente cileno, è popolata la una piccola comunità di2800 Polinesiani di razza maori, dediti alla pastorizia ed alla pesca come i loro antenati 11 capoluogo Hanga Roa è il punto focale dell'isola. Case basse multicolori, circondate da giardini e piccoli orti, rispecchiano il carattere gentile ed amichevole degli abitanti, sempre felici nell'accogliere i visitatori con danze caratteristiche e profumate collane di fiori. Fra verdi pendii e sinuose colline si scorge la localita' di Ahu Akivi dove 7 statue di pietra si stagliano verso l'azzurro come guardiani imponenti e silenziosi, sparsi ovunque verdeggianti crateri di vulcani spenti come il Rano Kao, il più grande dell'isola, lungo le cui sponde si erge l'antico villaggio di Orongo un tempo teatro di cerimonie rituali che celebravano il culto "dell'uomo uccello'' (Tangata Manu) Lungo la costa nord orientale si profila la spiaggia di Anakena, l'unica dell'isola dove sia possibile bagnarsi, e via via proseguendo lungo un paesaggio di singolare bellezza ricco di reperti archeologici, troviamo il vulcano Rano Raraku entro la cui cavità, ancora oggi piena di statue compiute ed incompiute, venivano costruiti i misteriosi "moai".



SITI E LUOGHI DEI PIU' SIGNIFICATIVI MOAI
Zona nord del paese di Hanga Roa proprio vicino dal sito di Ahu Tahai; i Moai del sito sono stati restaurati (come tutti gli altri 'in piedi') e qui si trova l'unico Moai con gli occhi visto che a tutti gli altri sono stati rimossi.
Il sito di Ahu Vinapu dove oltre ad alcuni Moai caduti si possono notare i basamenti degli stessi scolpiti e squadrati con stupefacente precisione tenendo conto del periodo in cui sono stati realizzati e del fatto che gli attrezzi usati per scolpirli erano dello stesso tipo di roccia (basalto); queste pietre così squadrate hanno delle similitudini con altre che si trovano a Cuzco in Perù, tanto da far concludere ad alcuni archeologi delle origini sud-americane dei Rapa Nui. Altre cose interessanti: una testa di Moai rivolta di traverso rispetto a tutti gli altri e uno dei pochissimi Moai femminili. cratere di Puna Pau, la cava dei Pukao, i cappelli rossi dei Moai, in realtà questi cappelli dovrebbero rappresentare i capelli rossi tipici dei Rapa Nui del tempo. Uno dei siti più spettacolari: Ahu Akivi dove si trovano 7 Moai, gli unici rivolti verso il mare; in realtà la loro funzione come per tutti gli altri era di guardare e proteggere l'area cerimoniale ed il villaggio, il mare si troverebbe casualmente nel loro campo visivo. I 7 Moai sono stati restaurati nel 1960 ed hanno la particolarità di guardare dritto al sole nascente durante gli equinozi. ad Ana Te Pahu: una serie di grotte-cavità dove per via del terreno molto fertile le coltivazioni crescevano facilmente e velocemente e venivano usate in caso di emergenza.
Da Hanga Tee dove si suppone sia stato sepolto il primo Re dell'isola Ariki Hotu Matu'a.
Ahu Tongariki: l'Ahu più grande con 15 Moai in fila ; il sito fu parzialmente distrutto nel 1960 da un maremoto, successivamente le statue più grandi (le meno danneggiate dalla furia dell'acqua) furono restaurate anche se ora non si trovano più nella posizione originale; interessante notare che pur con l'aiuto delle gru su 1 solo Moai si riuscì a posare il suo Pukao, il colpo d'occhio sulle 15 statue in fila è assolutamente spettacolare.
Proprio dietro a Tongariki si trova Rano Raraku , la cava dove si 'producevano' i Moai. La camminata che porta fin quasi alla cima si snoda fra decine e decine di Moai; alcuni finiti ma lasciati lungo la via del trasporto, altri da rifinire ed alcuni ancora "attaccati" alla montagna, tra questi il più grande in assoluto di circa 20 metri per un peso stimato di 150 tonnellate.



-ISOLA DI PASQUA-
L'isola fu scoperta dall'olandese Roggeveen e deve il suo nome al giorno in cui fu scoperta: proprio il giorno di Pasqua del 1722. Appartiene al Cile dal 1888 ed è aggregata alla regione di Valparaiso, inoltre dal 1935 una parte della superficie è parco nazionale. Nella lingua locale Rapa Nui, in spagnolo Isla de Pascua. E' un' isola sperduta dell'Oceano Pacifico, all'estremità orientale dei territori polinesiani: Capol. È una terra di origine vulcanica; raggiunge la sua massima altezza attorno ai 700m. E' coperta di praterie che consentono l'allevamento di ovini, bovini e cavalli. Produzione di frutta (banane, ananas, mango) legumi, mais. Fiorente la pesca, infatti la fauna marina è ricchissima, soprattutto di tonni e aragoste.
L'isola si trova a grande distanza da ogni terra abitata ( la costa del Cile si trova a 3.700 Km, Tahiti a 5000 Km ca, a sud e a nord c'è mare aperto fino all'Antartide, 7000 Km ca, e al Messico, 5000 Km ca.)
Ha forma triangolare: ai tre vertici si trovano tre vulcani spenti con crateri riempiti da laghetti coperti da un fitto intrico di canne e di erbe acquatiche. Le piogge sono abbondanti e l'isola è quasi ininterrottamente battuta dagli alisei. Prima dell'arrivo degli europei unico vegetale di larga diffusione era quello chiamato toromiro. Oggi quasi del tutto estinto (ne restano solo pochi esemplari protetti); il suo fusto legnoso veniva lavorato per ricavarne figure antropomorfe: le molte tuttora rappresentano antenati maschi e femmine e personaggi mitologici con testa di uccello o di lucertola; caratteristico dei personaggi maschili è l'aspetto piuttosto magro della figura (costole e zigomi sporgenti, testa scarnificata, ventre rientrante). La fauna precoloniale, povera di specie terrestri ( diffusi i topi e i moko, specie di ramarri), era ricca di pesci e di uccelli: fra questi ultimi va particolarmente citata, per il suo significato religioso, la specie di rondine marina nota come manutara. Il terreno è molto permeabile, quindi l'isola era quasi priva d'acqua, salvo poche sorgenti salmastre e i laghi craterici. Il panorama è cambiato notevolmente dopo l'arrivi degli europei. Attualmente abbondano le capre, i cavalli e sono stai introdotti gli eucalipti e varie culture alimentari. Il nome indigeno è Rapa Nui; è usato anche l'appellativo Te pito o te henua "l'ombelico del mondo" o "frammento di terra". La lingua dell'isola è un dialetto polinesiano di forma arcaizzante, ma è compreso ampiamente anche il thaitiano. La seconda lingua è lo spagnolo, da quando l'isola è parte integrante del territorio cileno. La caratteristica più interessante dell'isola è costituita dalle oltre 300 statue gigantesche (moais), sparse sul territorio (la più alta oltrepassa i 10 m, ma una, non terminata e giacente ancora nella cava, supera i 20 m). Situate un tempo su grandiose piattaforme-altari (ahu) cominciarono ad essere abbattute in seguito a guerre fra tribù rivali già all'epoca dell'arrivo degli europei: infatti Roggeveen le aveva viste ancora in piedi, ma nel 1840 nessuna di esse era più intatta (quelle che si vedono ora ritte sono state reinstallate da archeologi o esploratori). Provengono da una sola cava , alle pendici del vulcano spento Rano Raraku, nella parte est dell'isola. Avevano tutte sulla testa una sorta di cappello anch'esso di pietra rossiccia, prelevata da una cava nel piccolo vulcano Pona Pau. Secondo gli studi più attendibili tali statue rappresentano antenati tribali: anticamente l'isola era divisa a spicchi, partendo dal centro, e ogni tribù aveva uno spicchio alla cui base, presso la costa, c'era un ahu con un numero di statue maggiore o minore secondo l'importanza della tribù; tute le statue avevano il volto orientato verso l'interno, salvo quelle dell'ahu Akivi che erano rivolte verso il mare. Nonostante le ricerche, non è stata rinvenuta a Pasqua alcuna traccia di culture non polinesiane. Dunque si ritiene che la popolazione vi sia giunta probabilmente in varie ondate dal 900 ca a.C. forse dale Tuamotu o dalle Marchesi e trovatasi isolata a distanze enormi da ogni terra, abbia poi sviluppato alcuni elementi già presenti in modo meno evidente in varie culture della Polinesia orientale (grosse statue, esistono anche Mangareva e altrove). Tipico dell'isola di Pasqua è il mito dell'uomo-uccello (tangata-manu) e del dio Makemake; altrettanto importanti anche dal punto di vista artistico sono le ventiquattro tavolette ritrovate con un sistema di pittografia mnemonica, più che di vera e propria scrittura, a canone bustrofedico conservata su bastoni di legno (Kohau Rongorongo "legni di informazione") di cui non si conosce l'esatto significato perché gli ultimi che avrebbero potuto decifrarlo scomparvero nel 1862 quando una spedizione peruviana uccise o deportò nelle miniere di guano del Perù un gran numero di abitanti, distruggendo la classe dirigente dell'isola. Dal 1868 tutti gli abitanti sono cristiani cattolici. Dopo la definitiva presa di possesso, da parte del Cile, l'isola fu affittata ad una compagnia laniera inglese, che per timore di furti impose la regola, abolita nel 1964, che i pochi nativi fossero chiusi in un recinto dal quale potevano uscire solo con un lasciapassare. Attualmente l'isola, che fino al 1968 era visitata 1-2 volte all'anno da una nave rifornimento cilena, è collegata da un volo settimanale con Tahiti e con Santiago del Cile. Questi collegamenti hanno consentito l'avvio di un certo influsso turistico, specialmente dagli Stati Uniti. 




RAPA NUI, L'OMBELICO DEL MONDO
LEGGENDA: (Hotu Matua)
Immaginate un mare talmente blu da confondersi con il cielo infinito. E immaginate una serie di canoe di giunco, cariche sino all'inverosimile di piante e semi, acqua dolce e gabbie di animali, attrezzi per lavorar la terra e per la pesca. E decine di persone, vestite con pochi stracci. Alla guida della spedizione oceanica c'e' un ariki, un uomo di stirpe reale. Si chiama Hotu Matua, è bello e fiero. E soprattutto è coraggioso. Difatti ha appena lasciato Hiva, una delle tante isole che galleggiano nell'arcipelago delle Marchesi, per puntare in Melanesia. Rotta verso l'ignoto. Non per pazzia, non per sete di ricchezza o per voglia di conquista, ma per rispettare una tradizione ancestrale che imponeva ad ogni ariki di lasciar la propria gente, la propria isoletta quando quest'ultima non riusciva più a sfamare l'aumentata popolazione. Controllo demografico, diremmo oggi. Fu così che Hotu Matua riuscì ad arrivare, non senza pericoli, nell'isola di Pasqua, Rapa Nui, l'ombelico del mondo.


 
L'ISOLA, CARATTERISTICHE FISICHE
La misteriosa isola che ha affascinato il regista Kevin Reynolds, che recentemente l'ha immortalata in un film, non è in realtà quel paradiso che siamo soliti immaginare quando pensiamo alle terre da crociera. Rapa Nui è un isolotto a 5000 km da Tahiti e a 2000 dalle più popolose isole polinesiane. Un puntino nell'immensità dell'oceano. Ed una fonte di mistero che da sempre ha infiammato la fantasia dei fans di "Te pito o te henua", "L'ombelico del mondo". 



LA SCRITTURA
La scrittura dell'isola, ad esempio, da sempre tormenta gli studiosi del pianeta. I misteriosi geroglifici sono i "rongorongo", indecifrati, assomigliano così straordinariamente ad un alfabeto scoperto nella valle dell'Indo. 



IL MISTERO DEI MOAI E IL LORO TRASPORTO, GLI OCCIDENTALI NELL'ISOLA E LA POPOLAZIONE LOCALE. STORIE FANTASIOSE E STORIE DOCUMENTATE SCRITTE DA VARI SCRITTORI.
E cosa rappresentano le centinaia di gigantesche statue (moai) che sfilano lungo la costa e che, dai sei metri della loro altezza, sembran fissare oscuramente il navigante? Oscuramente, certo, perché dei colonizzatori gli indigeni hanno sempre diffidato.
I primi occidentali giunti sull'isola furono gli olandesi dell'ammiraglio Roggeveen, nel 1772. Furono questi che, scoperta l'isola nel giorno di Pasqua, le diedero l'attuale nome. E furono questi i primi a notare che i Pasquani, circondati da centinaia di fuochi, attendevano l'alba prostrati davanti ai moai, pregando e salutando la nascita del sole. Molti degli indigeni, compreso "un uomo di pelle completamente bianca" che si comportava in maniera più solenne degli altri, avevano i lobi delle orecchie bucati ed allungati, come i moai. Curiosamente, fra la popolazione c'erano pochissime donne. I Pasquani vivevano ancora come nell'età della pietra, senza conoscere i metalli e cucinando il cibo per terra, fra le pietre roventi. Ritenendo che non esistesse al mondo un popolo altrettanto primitivo, gli Olandesi si stupirono grandemente nel vedere i giganteschi moai.
Come avevano potuto innalzarli i Rapanui? Allontanatisi gli Olandesi, la pace degli indigeni fu nuovamente turbata nel 1770 dagli spagnoli di Felipe Gonzales. Ed anche questi notarono la scarsità di donne e bambini. Fu poi la volta degli Inglesi di Cook e ancora una volta pochissime persone accolsero i viaggiatori. Non erano passati che 12 anni dalla visita di Cook che arrivarono i Francesi di La Perouse, nel 1786, ma questa volta la terra brulicava di gente, soprattutto di donne e bambini. Era chiaro che gli indigeni corressero a nascondersi, ogni qual volta arrivava un intruso. E difatti Rapa Nui è un dedalo di gallerie sotterranee, strettissime, attraverso le quali passa a fatica un uomo solo. Queste gallerie, sperimentate personalmente dall'esploratore Thor Heyerdahl , conducono a gigantesche gallerie sotterranee, ove può vivere comodamente un'intera tribù. In molte caverne sono state trovate ossa umane miste a feci, e questo ha fatto pensare a episodio di cannibalismo tribale; inoltre si è notato che, astutamente, i Rapanui hanno scavato vari buchi nella roccia dai quali filtra l'acqua, di sapore e temperatura differente a seconda dell'altezza del foro. La strettezza dei corridoi d'accesso, poi, è un'efficacissima protezione contro i nemici, che non possono penetrare nelle grotte più di uno alla volta e dai nemici hanno dovuto guardarsi più volte, i Pasquani. Come dagli Americani sbarcati all'inizio dell'Ottocento, in cerca di schiavi. E dai successivi Russi, accolti a sassate. E dai Peruviani che, nella sera di Natale del 1862 lasciarono decine di cadaveri sugli scogli e portarono via come schiavi quanti erano sopravvissuti. I pochi scampati si erano rifugiati nelle caverne e avevano chiuso le entrate con grossi massi. L'isola, brulla e povera, sembrava adesso deserta. Le lotte intestine e lo schiavismo ben poco hanno lasciato della memoria storica di Rapa Nui che, non avendo documenti scritti decifrabili, mantiene intatti i propri segreti archeologici.Primo fra tutti, quello riguardante il significato e la tecnica di costruzione dei misteriosi moai. Al riguardo,il celebre divulgatore Peter Kolosimo ha dichiarato:
"Le statue dell'isola di Pasqua sono pesantissime ed è impensabile che siano state erette servendosi di rulli di legno. Gli ufficiali della nave da guerra Topaze, per sollevarne una alta solo 2,5 metri, dovettero ricorrere ai mezzi più moderni e ad oltre 500 uomini".
Lo stesso venne fatto notare dall' archeologo dilettante Enzo Valli di Milano, durante un dibattito televisivo su ReteSette:
"Certo, è stato dimostrato che è possibile trascinare una statua dal vulcano a valle, ma come hanno fatto gli indigeni ad estrarre i moai dalle cave di montagna, ove sono conficcate?" Al quesito hanno definitivamente risposto due archeologi francesi insegnanti al CNRS: Catherine e Michel Orliac, decisamente più con i piedi per terra, che hanno dichiarato:
"Una volta finiti sul Rano Raraku, i giganti di pietra venivano trasportati sino agli ahu (complessi megalitici sacri), talvolta a più di 10 km. Il modo con cui furono trasportate le oltre 300 statue erette sui santuari e` ancora incerto. La tradizione orale non fornisce elementi tecnici soddisfacenti. I Pasquani invocano un capo mitico, Tuu Ko Ihu, il dio Make Make o ancora i sacerdoti che ordinarono alle statue di "camminare" e di posarsi sui rispettivi ahu. La mancanza di dati ha scatenato l'immaginazione, pure il peso delle statue è sempre stato sopravvalutato. Si è parlato di 300, 400 o 500 tonnellate...Occorreva immaginare un sistema di sollevamento che necessitasse di un minimo di legname, poiché i primi visitatori europei non avevano trovato che striminziti alberelli. In realtà i Pasquani hanno avuto il legname, ricerche recenti hanno dimostrato che l'isola un tempo era boscosa. Vi si posavano vari semi, come la sophora toromiro e una varietà di palme simili alla pritchardia. Il legno di questi alberi è ideale per l'estrazione,il trasporto ed il rotolamento. La scorza di un altro legno, la triumfetta, era particolarmente preziosa per la fabbricazione di solide corde...". Le stesse corde e gli stessi legni, aggiungiamo noi, serviti per realizzare fionde e zappe raffigurate in un acquarello d'epoca, opera di un osservatore occidentale, recuperato dallo studioso Maurice Deriberé. Quanto al trasporto, Heyerdahl ha dimostrato, ripreso dalle cineprese, che è possibile sollevare un moai e trascinarlo a valle semplicemente facendolo scivolare, tirandolo con delle corde ora a destra, ora a sinistra, facendogli compiere, in piedi, un percorso a zigzag. Dandosi il tempo con una antica nenia locale. Il sistema utilizzato dall'esploratore spiega tra l'altro perché la base delle statue sia smussata. Per l'attrito col terreno, durante il trasporto. Un enigma è dunque risolto. Ma in che modo i giganteschi moai sono stati costruiti da indigeni tanto primitivi? Il quesito e' stato sollevato dallo scrittore svizzero Erich Von Daeniken, autore di decine di volumi sui misteri del passato tradotti in tutto il mondo e padre indiscusso della "fantarcheologia". Le risposte date dallo stesso non sono proprio soddisfacenti.
"Come truci robot 200 colossi sorvegliano le coste dell'isola di Pasqua, non si sa chi raffigurino. La leggenda dei Rapanui narra che un giorno le statue andarono da sole ad occupare il proprio posto", ha scritto lo svizzero in "Enigmi dal passato" poi:
"La mia ipotesi è questa: cosmonauti extraterrestri fornirono ai primitivi abitanti dell'isola strumenti tecnici di precisione, di cui sacerdoti o maghi potevano servirsi, e grazie a cui liberarono i massi dalla lava e li lavorarono, i visitatori stranieri sparirono. Come tutti gli utensili, anche questi strumenti ricevuti in dono si consumarono e divennero inservibili. I primitivi non poterono evidentemente costruire nuovi strumenti di quel livello. Sta di fatto che il lavoro da un giorno all'altro venne abbandonato, oltre 200 statue rimanevano "incollate" alla parete del cratere. Ai nativi restava l'acuta ambizione di portare a termine il lavoro. Visto che i "vecchi" utensili non erano più utilizzabili, la lava fu affrontata con mazze di pietra. Per giorni un allegro martellare risuonò sull'isola dalle pendici del cratere, ma senza risultato. Le amigdale di pietra si consumavano, senza che si fosse riusciti a strappare una sola statua alla parete. Ci si rassegnò e centinaia di mazze di pietra furono abbandonate nel cratere..." .
Una bella storia, non c'è dubbio, ma nemmeno Von Daeniken sembra crederci troppo, visto che, in un altro libro, scrive:
"Un piccolo gruppo di esseri intelligenti furono gettati sull'isola a seguito di un incidente tecnico. I naufraghi avevano immense conoscenze tecniche ed erano maestri nel lavorar la pietra con un sistema sconosciuto e del quale troviamo esempi su tutto il globo".
Niente mazze, dunque, un'ulteriore versione differente e' riportata da Roy Stemman nel capitolo "I carri degli dei" ove, rifacendosi alle dichiarazioni di Von Daeniken, viene riprodotto un bellissimo disegno di Chriss Foss che mostra una gigantesca astronave che, sotto l'occhio vigile di alcuni sacerdoti pasquani, solleva i moai con cavi d'acciaio e fasci di luce solida . Infine, in "Chariots of the Gods?" i costruttori delle gigantesche statue diventano dei misteriosi "uomini volanti", scrive Von Daeniken:
"Una leggenda trasmessa oralmente ci dice che gli uomini volanti atterrarono ed incendiarono, nei tempi antichi. La leggenda è confermata dalle sculture di creature volanti dai grandi occhi lucenti..."
Ma se perfino la fertile fantasia di Von Daeniken non riesce a scovare una spiegazione per i misteri dell'isola di Pasqua; il primo premio per la più originale corbelleria spetta al francese Denis Saurat, Che, nel libro "La religion des geants et la civilisation des insectes", notando la straordinaria magrezza degli indigeni denutriti, ha scritto: "Nell'isola di Pasqua l'uomo ha cercato di trasformarsi in insetto, egli stesso ed il suo corpo. Noi abbiamo l'imitazione di Gesù Cristo, in spirito, l'umanità ha conosciuto l'imitazione dell'insetto".
Quasi che la miseria fosse una libera scelta. E più avanti, favoleggiando di analisi mediche circa il funzionamento delle ghiandole endocrine, Saurat arriva a stabilire che i moai rappresentino esseri umani vivi ma in condizioni "non conosciute altrove". Frutto di un trattamento volontario teso a creare un individuo costantemente disidratato, pelle e ossa ed iperclorato per l'abitudine di sorbire acqua salmastra. Una sorta di razza ariana alla rovescia. E, non contento di quanto testé affermato, Saurat fornisce addirittura un disegno esplicativo della razza "degli uomini-insetto". Sembianze di una ipo-razza terrestre o di una super razza aliena, i moai restano un mistero. Chi li ha costruiti e perché? L'ipotesi più credibile e' che i moai fossero i monumenti voluti dalla casta aristocratica e dominante delle "orecchie lunghe", così detta per le orecchie forate ed allungate. Casta che avrebbe sfruttato come schiavi i paria "orecchie corte". Questi ultimi si sarebbero infine ribellati alla tirannia degli aristocratici e,dopo una sanguinosissima lotta, avrebbero annientano le "orecchie lunghe" e abbattuto i monumenti che li rappresentavano. Come spesso accadeva nell'antichità. Per inciso, i moai altro non sarebbero che monoliti sacri, dedicati agli dei ma anche ai defunti. E gli ahu, i raggruppamenti di più "testoni", servirebbero volta per volta da monumento per gli dei, da colonne portanti del palazzo imperiale e da lapidi funebri. Ciò è confermato anche dall'enorme importanza attribuita dagli isolani alla religione, che ha la massima espressione nella festa annuale dell'uomo-uccello, intimamente legata al culto del dio Make Make. Sempre Kolosimo, al riguardo, ha scritto: "Impossessarsi dell'uovo significava divenire uomo-uccello,simile agli dei discesi, conquistare l'illusione d'essere, per un anno, vicino a quelle creature il cui ricordo è ancora fissato su documenti ispirati a tradizioni senza età...". Più semplicemente, significava diventare, per un anno, un dio. Niente male, dopotutto.


venerdì 20 gennaio 2012

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venerdì 18 novembre 2011

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martedì 31 gennaio 2012

Altre Mete Presenta : L'Australia











Australia Continente insulare situato tra l'oceano Indiano e l'oceano Pacifico meridionale, nel Sud-Est asiatico, che costituisce, con la vicina isola della Tasmania, lo stato federale del Commonwealth of Australia, membro indipendente del Commonwealth. Il continente è delimitato a nord dal mare di Timor, dal mare degli Arafura e dallo stretto di Torres; a est dal mar dei Coralli e dal mare di Tasman; a sud dallo stretto di Bass e dall'oceano Indiano; a ovest dall'oceano Indiano. La federazione australiana si estende per circa 4000 km da Capo Byron, estremità orientale dell'Australia Occidentale, e per circa 3700 km da Capo York, a nord, alla Tasmania, a sud. Con una superficie, compresa la Tasmania, di 7.682.300 km2, l'Australia è il più piccolo dei continenti.La federazione australiana (Commonwealth of Australia) .




Comprende sei stati: (Nuovo Galles del Sud, Queensland, Australia Meridionale, Tasmania, Victoria e Australia Occidentale) e due territori, il Territorio della Capitale e il Territorio del Nord. Sono amministrati dall'Australia: il Territorio Antartico Australiano, l'isola Christmas, le isole Cocos, l'isola Heard e l'arcipelago McDonald, l'isola di Norfolk, le isole Ashmore e Cartier, e il territorio delle isole del Mar dei Coralli. La capitale dell'Australia è Canberra. TERRITORIO Il territorio australiano, prevalentemente pianeggiante, ha un'altitudine media di 300 m. La vasta zona interna del paese, chiamata Outback, è costituita infatti da pianure e bassi altipiani; a nord-est i rilievi sono più pronunciati.




 Il continente è caratterizzato da coste basse e pianeggianti; le pianure costiere a est, sud-est e sud-ovest sono le zone più densamente popolate del continente.Parallelamente alla costa pacifica, dalla penisola di Capo York, a nord-est, allo stato di Victoria, a sud-est, si estende la Grande Catena Divisoria i cui rilievi hanno un'altitudine media di 1200 m: essa comprende la New England Range e le Blue Mountains, 




nel Nuovo Galles del Sud, e le Alpi australiane, comprendenti le Snowy Mountains, che si estendono fino allo stato di Victoria. Qui si trova la cima più elevata del continente, il monte Kociuszko (2228 m), sede del parco nazionale Kociuszko. Alla Grande Catena Divisoria appartengono anche i rilievi della Tasmania, l'isola situata all'estremità sudorientale del continente, dal quale è separata dallo stretto di Bass.Oltre la metà del territorio australiano è occupata dal Grande Scudo Australiano, che si estende nella sezione centroccidentale del continente comprendendo parte del deserto Simpson, alcune catene isolate e zone depresse e pianeggianti quali il Gran Deserto Sabbioso, il Gran Deserto Vittoria e la Nullarbor Plain, rispettivamente situati nella zona nordoccidentale, centrale e meridionale. La Nullarbor Plain è un arido altopiano calcareo (il suo nome significa "senz'alberi"), di formazione geologica molto antica, praticamente disabitato.I maggiori rilievi dell'Australia Occidentale si trovano nella catena di Hamersley,






 di King Leopold e di Darling, nelle vicinanze di Perth. Nella parte meridionale del Territorio del Nord si trovano invece i monti Macdonnell e nel nord dell'Australia Meridionale i monti Stuart e Musgrave. La regione di Kimberley, nell'Australia Occidentale, e la Terra di Arnhem, nel Territorio del Nord, sono altipiani rocciosi che presentano singolari formazioni isolate dovute a fenomeni erosivi.
Tra il Grande Scudo Australiano e la Grande Catena Divisoria si estende il Grande Bacino Artesiano, una vasta depressione dove sono situate alcune tra le più fertili pianure australiane. Esso è formato dai tre bacini di Carpentaria, dell'Eyre e del Murray. Le pianure ondulate del bacino di Carpentaria formano uno stretto corridoio che dal golfo di Carpentaria si estende verso l'interno, tra la catena dei Selwyn e la Grande Catena Divisoria. Più a sud, il bacino dell'Eyre si estende nella parte centrale e settentrionale del continente, tra il Queensland sudoccidentale, l'Australia Meridionale nordorientale e il Nuovo Galles del Sud nordoccidentale. A nord del bacino il territorio è pianeggiante, mentre verso l'arido interno diventa desertico e roccioso; nel deserto Simpson, a nord del lago Eyre, si trovano dune sabbiose. L'Eyre, un esteso lago salato, è situato nella parte centromeridionale del continente e a esso tributano numerosi sistemi idrografici. Il bacino del Murray si estende verso l'interno, dalle zone costiere dell'Australia Meridionale e di Victoria alle regioni occidentali del Nuovo Galles del Sud, delimitato a ovest dai monti Flinders e a est dalle Alpi australiane. Generalmente arido, comprende vaste zone di dune sabbiose, a ovest una zona desertica rocciosa e nella parte orientale ampie pianure alluvionali attraversate dai principali affluenti del fiume.L'Australia presenta una linea costiera generalmente regolare, con pochi golfi o promontori. Le maggiori insenature sono costituite dal golfo di Carpentaria a nord e dalla Grande Baia Australiana a sud; tra i numerosi porti, i principali sono quelli di Sydney, Hobart, Port Lincoln e Albany. La Tasmania ha coste più frastagliate, soprattutto a sud-est, incise da profonde insenature e costellate da numerose piccole isole. Per oltre 2000 km, parallelamente alla costa orientale del Queensland, da Capo York alla città di Bundaberg, si estende la Grande Barriera Corallina.L'Australia ha avuto origine dall'antico Gondwana, continente della primordiale Pangea; la sua formazione geologica è quindi molto antica e risale a un periodo compreso tra i 3 e i 4 miliardi di anni fa. L'altopiano dello Scudo Australiano occidentale posa su una vasta e stabile piattaforma di rocce precambriane e ignee che costituiscono il nucleo centrale del continente originario. 



Terra di grandi contrasti e dimensioni, in larga parte disabitato e coperto da terreni che si prestano ad ogni tipo di esplorazione, l'Australia è un paese che pare appositamente disegnato per l'avventura. Proprio il turismo d'avventura - dove con avventura si intende ogni sorta di esperienza all'aperto, non solo quel che è l'accezione normale del termine - di scoperta e di full immersion nella natura è parecchio incrementato negli ultimi anni. 



L'Australia offre di tutto e di più, dal safari nelle aree più remote al bianchissimo atollo corallino, dall'arte aborigena alla metropoli più moderna, a foreste pluviali, deserti, fiumi, gole, e barriere coralline, senza citare tutte le attività di contorno, che sono numerosissime. 
L'Australia è il paradiso delle 4WD e una delle poche frontiere ancora presenti sulla Terra. Non per niente l'Australia ha ospitato leggendarie edizioni del Came Trophy e, annualmente, ospita la Discovery Channel Eco-Challenge, una gara di otto-dieci giorni di auto fuoristrada senza alcuna asistenza. E già che ci siamo, perché non ricordare anche che l'Australia mette a disposizione le basi e i mezzi per l'ultima vera avventura, l'Antartide? E' possibile raggiungerla in giornata con gli Antarctica Sightseeing Flights organizzati da Melbourne (Croydon Travel insieme a Qantas Airways) durante i mesi estivi. 



I gusti di chi ha già viaggiato questo splendido Paese-Continente dicono che è un Paese da viaggiare in motor home (camper) o camper van (furgoni adattati a spartani camper per 2 o 3 persone) o ancora in auto più tutta l'attrezzatura necessaria per il campeggio libero. Non mancheranno di certo le occasioni di qualche ritorno alla civiltà in un motel o albergo (e relativi servizi) ma intanto non potete fare cosa migliore di stare il più possibile all'aperto, a godere per conto vostro di una delle ultime frontiere del turismo. Ma pima ancora di prendere una qualsiasi decisione su come visitare e girare l'Australia, è importante sapere che è una cosa semplice da farsi fai-da-te per chiunque, per giovani e meno giovani e famiglie: sono sufficienti una cartina, qualche rudimento d'imnglese, la carta di credito e tanto tempo. Altro non serve. 



Appartengono al passato gli anni in cui l'Outback australiano era sconosciuto e irraggiungibile per gli stessi nativi, sinonimo di vera frontiera, di inondazioni improvvise, di pericolosi deserti, di fauna micidiale. Le strade asfaltate che ora coprono tutta la costa, collegano il sud al nord da Port Augusta a Darwin, e anche tutte le maggiori icone del turismo (Uluru, Kakadu, Monkey Mia, Ningaloo Reef, la Stockman’s Hall of Fame), e le stazioni di benzina, che pure offrono cibo, letti, docce, giornale e quanto altro cui siamo abituati, sminuiscono forse il mito dell'Outback ma lo rendono assai accessibile a tutti. Nemmeno rotture e problemi dell'auto sono un problema perché ogni roadstation ha un meccanico capace di far fronte a qualsiasi emergenza, di far arrivare il pezzo necessario nel giro di una giornata mentre in città occorrerebbero magari giorni. Pare antitetico ma è proprio così. 



Aiutati così a decidere il "come" girare l'Australia, siamo arrivati al "cosa" vedere. Anzitutto, ha una importanza rilevante il tempo, inteso come giorni da trascorrere in OZ. E' molto vicino alla realtà che vi si possono trascorrere 2 o tre anni senza scoprire tutti i segreti del Paese. Ma 2 o 3 anni sono fantascienza. Sono già sono fortunati coloro che potranno avere a disposizione 2 o 3 mesi, ma se il periodo - come è facile prevedere - è ancora minore, il consiglio migliore è quello di non strafare. Non ha senso fare centinaia e centinaia di chilometri al giorno solo per coprire tutto il Paese, mentre ad esempio ne ha molto ritagliare un'intera giornata da trascorrere su una spiaggia o all'ombra di un profumato eucalipto. 



La parte attorno Cairns è l'area più gettonata dagli adventurer. La presenza di aeroporti e di continui voli diretti da oltremare ha permesso incrementi di visite impensabili soltano un decennio addietro. Tutte le maggiori attrazioni naturali si possono visitare in tutta sicurezza, e ogni visitatore può scegliere in un'ampia gamma di opzioni, dal self drive al safari in tenda attraverso la regione di Daintree e Cape Tribulation, o alla singola attrazione, sia questa di bungee jump nella foresta delle Saddleback Mountains, o di seguire in canoa il corso del Mulgrave River, o di fare rafting, qualche puntata alla Great Barrier Reef. 



Il Kimberley, nel nord-est del WA, e relativamente prossimo al NT, è una delle maggiori attrattive australiane. Questa drammatica, difficile e scarna regione - con la più bassa densità di abitanti per chilometro del pianeta pur esendo grande tre volte la Corea del Sud - rivela sorprese quasi ad ogni passo, dalle dune rosse del Great Sandy Desert a nord, a grotte, gole, cascate, comprese quelle innescate dalla marea vicino a Derby, a est, e anche foreste e fauna come tartarughe giganti, salties, canguri, wallaby e tante altre specie ancora, tutte propria e uniche dell'Australia. Ancora un paio di decenni orsono, il Kimberley era accessibile solo agli esploratori esperti. Oggi, gli operatori usano veicoli 4WD, navi, elicotteri e piccoli aerei per realizzare i loro itinerari. Ognuno a modo suo, ognuno di essi collega tutte le maggiori attrazioni della regione: le gole del Fitzroy River; il Purnululu (Bungle Bungle) National Park, i coralli del Rowley Shoals, l'area vulcanica e sabbiosa della Prince Regent Nature Reserve e la Wolfe Creek Crater Meteorite Reserve, con un cratere del diametro di 850 metri. 



Vedere il Kimberley durante la stagione umida (l'estate australiana) significa assistere ad improvvise e violente (e pericolose) tempeste, con fiumi che in due o tre giorni si allargano a dismisura (il Fitzroy River può passare dai suoi soliti 100 metri a 10 chilometri). A nord di Perth si trovano altre meraviglie: una costa indimenticabile, con le spiagge e le camminate di Kalbarri, i delfini di Monkey Mia, Exmouth e Shark Bay, il Pinnacles Desert, il parco di manghi di Carnarvon e il superbo reef di Ningaloo Reef, lungo 260 chilometri e a soli 100 metri dalla riva della Coral Coast, dove ci si può immergere e nuotare con balene, mante, delfini e squali, insomma le stesse attrazioni ed emozioni della Great Barrier Reef orientale senza doversi imbarcare. Oltre a questi, come dimenticare Exmouth, il parco di Pilbara e Broome, ma anche gli insediamenti in pieno e selvaggio Outback, cittadine fantasma dove si scavava l'oro, allevamenti remoti di pecore o di bovini, spesso in pascoli estesi quanto intere nazioni europee, tutti meritevoli di una visita?




Se vi interessa il rafting - una delle attività più gettonate d'Australia - il Tully River nel nord del Queensland è forse la migliore attrazione di questo genere in quanto è ben servita, controllata, il livello dell'acqua è costante ed è sempre calda così che non è necessario indossare lo speciale abbigliamento mentre si scende attraverso foreste tutte censite dal World Heritage. 











La Tasmania è famosissima per i suoi rafting. Ne offre uno in uno dei pochi fiumi davvero selvatici, il Franklin, che non era stato scoperto fino al 1971. Questo rafting è l'equivalente dell'Everest per uno scalatore: un mito. Non tutte le attività della Tasmania richiedono questi livelli di preparazione. Ad esempio, ogni giorno dalla cima della Cradle Mountain partono escursioni giornaliere alla portata di tutti e non solo rafting. 



E le avventure abbondano anche nel South Australia, sede di deserti ma anche di amenità come Coober Pedy, capitale mondiale dell'opale. Qui, la costa meridionale offre fishing game (Port Lincoln) e immersioni. Numerosi safari partono da Broken Hill per l'Outback del New South Wales, un classico nel suo genere perché così vicino a Sydney, che merita almno un paio di giorni di visita. Da Melbourne, imperdibili anche la Great Ocean Road e una puntata dai simpaticissimi fairy penguin di Phillips Island.









Molti sono gli itinerari "classici" dell'Australia. 
Un "classico" è la traversata da sud a nord (e viceversa), cioè dai Flinders Ranges, al centro Rosso di Uluru (Ayers Rock), del Simpson Desert, del Kings Canyon e Alice Springs, alle meraviglie tropicali del Top End con il Kakadu National Park e il Katherine Gorge. C'è molto altro lungo la strada, luoghi poco frequentati ma non per questo meno meritevoli come Dalhousie Spring su un lato del Simpson Desert, centinaia di chilometri tra una piccola città e l'altra dell'Outback lungo i quali potrai immergerti e dormire sotto un cielo incredibile, un viaggio nel viaggio conoscendo le aree più remote e la sua gente, conoscendo molto di se stessi e della vita. Tutti i campeggi sono qui liberi, cioè aree appena attrezzate, con fuoco di legna, lontano dalla più vicina forma di civiltà. E' magico.






I tempi consigliati? Conta sempre una settimana o giù di lì per visitare rispettivamente Nullarbor, l'area attorno a Perth, per andare da Sydney a Melbourne seguendo la costa, per godere di un piccolo tratto della Great Barrier Reef, i dintorni di Cairns o le Whitsunday Island, per i dintorni di Alice Springs, per i Flinders Rangers, per Mt Isa più Tennant Creek, per Kings Canyon più Uluru più Kata Tjuta, per Port Augusta più Broken Hill. E una settimana intera è necessaria anche per Cape York, per il Channel Country tra Birdsville, Longreach e Cloncurry, per esplorare il Gulf Country (pesca al barramundi a Burketown, i fossili a Riversleigh e le meraviglie del Lawn Hill National Park a nord del Mount Isa.). 




Se hai un solo mese, limitati il più possibile ad un solo stato. Per esempio, un mese in SA vola via facilmente visitando prima le grotte, la flora e la fauna selvatica dei Flinders Ranges, seguito poi da un viaggio verso nord via Lago Eyre e la pista di Oodnadatta attraverso le oasi di Dalhousie Springs su un lato del Simpson Desert, e un ritorno alla civiltà attraverso le cantine vinicole della Clare Valley, le colline di sabbia e i laghi del Coorong, i leoni marini di Kangaroo Island e le spiagge attorno Robe e Beachport. 
Il NT è un'altra eccellente alternativa se hai un mese intero. Facendo base a Darwin - imperdibili i mercati all'aperto di Mindil Beach ogni martedì e somenica sera - ci sono escursioni quotidiane a Howard Springs e Berry Springs. Facile spendere una settimana nella regione del Mary River e del Kakadu National Park. 



Poi ci sono le Edith Falls, Katherine e il Nitmiluk National Park, dove un canoa-camping lungo la gola è un must. Permessi aborigeni permettendo, non puoi perdere le meraviglie della Coburg Peninsula e del Gurig National Park, la visita all'antica terra aborigena del Arnhem Land. A sud di Katherine ci sono le sorgenti calde di Mataranka, la outstation aborigena di Manyallauk dove i locali Jaowyn sono disponibili ad accompagnarti in una particolare escursione, spiegandoti le loro tradizioni, ed anche la Elsey Station di " We of the Never Never", un libro diventato una leggenda da queste parti, fino alla città remota di Borroloola passando per il fantastico Roper River. Un mese serve anche per il sorprendente angolo sud occidentale australiano, con le magnifiche spiagge attorno Esperance e Cape Le Grande National Park, la strada costiera del McKenzie River National Park, e le Stirling Ranges. 




Imperdibili le baie del surf tra Denmark e il Margaret River, le cantine vinicole, le foreste di alberi secolari, le grotte di Augusta. Un altro mese serve pe ril Victoria, e un altro ancora solo per visitare l'incredibile isola di Tasmania. 




Per ultima lasciamo forse l'eperienza più interessante che possiate fare in Australia, un breve viaggio nel viaggio attraverso l'affascinate, appagante, leggendaria, antichissima e sorprendente cultura aborigena. Difficilmente un australiano bianco vi parlerà volentieri di queste cose. Anzi, probabilmente vi girerà le spalle non appena tirete fuori questo tipo di curiosità. Nonostante nell'ultimo decennio si sia fatto molto per riparare ai numerosi torti subiti dal popolo indigeno, e molte terre siano tornate all'originale proprità delle Genti che le abitavano da decine di migliaia d'anni, il problema è ancora lontano dall'essere risolto, superato. 

Per viaggio nel viaggio non intendiamo una di quelle escursioni progettate ad uso e consumo del turista, con tanto di lanci di boomerang, lezioni di didgeridoo e brevi esposizioni artistiche o orali, ma una immersione totale in una cultura e una filosofia del vivere, del rapportarsi alla Natura e agli altri individui della stesse come di altre Genti ovunque si sia riusciti a ricostruire le Songlines (le Vie dei Canti) che fanno parte di un unico Dreamtime, una vera e propria storia Universale delle Genti, di tutte le Genti, qualcosa come 40 mila anni oralmente documentati. 

Tuffarsi nel magico mondo di una Outstation aborigena non è semplice, anzitutto perché le Genti sono sovrane nel proprio territorio e decidono autonomamente chi invitare, quando e perché, e si tratta sempre di motivazioni particolari, finalizzate alla massima sensibilizzazione del loro modo di vivere col minimo sforzo. Non possono essere quindi visite da fare all'ultimo momento, così, per curiosità. Ci sono informazioni da cercare (noi vi aiuteremo, ma fino ad un certo punto)... contatti da prendere... veri esami da sostenere (anche se non in senso scolastico)... e ci vuole tanta pazienza.

In secondo luogo, la visita alle Outstation non è, e non può essere, intesa come escursione turistica. In quei luoghi si vive come aborigeni, o non si vive affatto, e per farlo serve molta curiosità, sensibilità e apertura mentale ma credeteci... da nessun altra parte e in nessuna altro momento troverete tanto appagamento e tanta vita e tante domande nuove e tante risposte. Tornerete cambiati, questo ve lo posso assicurare...





Il mio consiglio. Guida da te il tuo motorhome, il tuo campervan, o la tua auto "all inclusive" di attrezzatura da campeggio, e poi fermati dove capita lungo l'itinerario proposto (oppure prenota volta per volta le tue piazzole nel campeggio d'arrivo). I nostri suggerimenti ti procureranno emozioni a non finire ma ti mettiamo in guardia sul fatto che - data la lunghezza degli itinerari proposti - i trasferimenti possono essere davvero molto lunghi e molto noiosi se a guidare sei sempre tu o è sempre la stessa persona, mentre con una buona rotazione subirete poche onseguenze perché i luoghi da vedere e in cui fermarsi lungo gli itinerari sono praticamente infiniti. Per lo stesso motivo, la durata e la cronologia degli itinerario posson facilmente allungarsi. Quelli che sono elencati sono considerati tempi minimi per vedere le attrazioni autraliane più importanti, ma di una cosa siamo sicuri: con i nostri suggerimenti farai un viaggio indimenticabile, e per motti versi ti sembrerà di tornar eindietro nel tempo, agli anni dei pionieri. Gli itinerari proposti vanno bene in qualsiasi stagione con la sola avvertenza di evitare la stagione umida (da novembre a marzo per i NT, nord Quennsland e il Kimberley) perché piove davvero molto, i parchi sono impraticabili e persinole maggiori Hyghway vengono continuamente interrotte da alluvioni improvvise. Sempre nello stesso periodo, in questi luoghi non si può fare il bagno - almeno sulle coste del continente, perché le acque si affollano di mortali meduse riichiamate dal ricco nutrimento che i fiumi in piena riversano in mare.




Itinerari in Australia: il deserto

Itinerari in Australia
Per un viaggio di nozze. Per delle vacanze studio. Per un viaggio entusiasmante. Qualunque sia la vostra finalità, conoscere e scoprire l’Australia è meraviglioso. Un continente selvaggio, eppure sofisticato. Sconfinato. Viaggerete molto in aereo, probabilmente: prendete confidenza con quest’idea, soprattutto se vorrete visitare le principali attrazioni del paese. Il deserto, l’architettura, la natura affascinante, le metropoli. Parole attorno alle quali costruire un sogno. Utilità: in quest post indico alcune tappe per un itinerario in Australia, anche se il suggerimento di fondo è di lasciare che l’istinto e le occasioni che vi si presenteranno di fronte siano la vera bussola del vostro viaggio. Nessun pacchetto su misura, solo poche ma essenziali indicazioni.
Un itinerario grazie al quale riuscirete a vedere se non tutte le principali attrazioni di questo affascinante continente. Partendo da ovest, passando per il deserto, i parchi nazionali, le stupende spiagge, alla scoperta delle meraviglie vegetali e animali, attraverso luoghi incontaminati ma comunque accessibili. E ancora: gli spettacolosi acquari, le immersioni nella barriera corallina. Passando per il cuore di pietra Uluru, vera fantasmagoria di colori, tale da diventare oggetto di culto per gli aborigeni.
Tanta natura e tante suggestioni, ma non solo. L’itinerario suggerito  ovviamente prevede anche la visite ad alcune delle più belle e suggestive metropoli australiane, da ovest verso est, per poi andare a nord. Sydney, Perth, Melbourne, Cairns, Adelaide. attraverso monumenti storici, ristoranti da non perdere e luoghi di shopping. Tutto quello che potete desiderare da uno dei luoghi più intriganti del mondo.
Viaggio in Australia
Viaggio in Australia

Viaggio in Australia: alcuni preparativi

Cominciamo dalle basi. Quale compagnia aerea? Nel post informazioni per un viaggio in Australia ve ne suggerisco un paio. Anche da altre testimonianze posso suggerirvi come prima scelta  la Qantas: il trattamento a bordo, anche per la economy, è davvero buono. Poltrone ampie e spaziose, personale di bordo gentile. Considerate che in aereo dovrete starci varie ore: non sono particolari da trascurare. Altre indicazioni circa le cose basilari da sapere prima di partite le trovate in Viaggio in Australia: consigli pratici.
Ovviamente il cosa vedere dipenderà molto dalla risposta che darete ad un’altra domanda: quanto stare? Il mio suggerimento è, se potete, di starci almeno tre settimane. A meno che non vogliate correre come trottole o tornare a casa con il rammarico di aver visto poche cose questo è il minimo sindacale per un viaggio in Australia. Bene. Detto questo. Si parte?

Il deserto, le spiagge del Monkey Mia, il parco nazionale di Kalbarri, Wave Rok e le isole di fronte a Perth

Prima tappaPerth e le vicinanze. Il deserto le spiagge del Monkey Mia con i delfini, il Parco nazionale di Kalbarri, il Wave rock, le isole e la fauna. La natura poderosa vi conquisterà, e le notti in città vi sedurranno. Tempo minimo consigliato 10 giorni.
Cosa vedere a Perth? La prima città che vi consiglio di vedere è Perth, che si trova sulla costa occidentale. Anche se non è proprio un paesino (oltre un milione e mezzo di abitanti) è una città piacevole visitare comodamente a piedi. Vi consiglio di iniziare il giro da Perth Mint, la Zecca di Perth. Nel secolo scorso questa zona era famosa per la corsa all’oro, con miglialia di avventurieri a cercare di far fortuna. Questo edificio testimonia questo periodo storico, fatto di speranza, danari, fortune spropositate e atroci delusioni. Oggi non è più attiva, ma al suo posto troverete una sorta di museo molto interessante. Un altro posto da non perdere assolutamente è Kings Park, il parco più famoso della città. Un panorama mozzafiato, incredibile soprattutto al tramonto, dove far fotografie della città che si colora e quasi si incendia all’imbrunire.
Dove mangiare a Perth? Nella zona turistica (City) troverete diverse soluzioni: i più coraggiosi potranno assaggiare la carne di canguro che, dicono, sia molto simile a quella di cavallo. Non conosco nè l’una nè l’altra, ma da quel che so dovrebbe avere un sapore dolciastro. Se proprio ci tenete provatela. Non so dirvi di più.



Monkey Mia






















Cosa vedere nelle vicinanze di Perth?Come si può andare in Australia e non vedere il deserto Rosso di Perth? Sarebbe un delitto. Ecco quindi che con un minitour di tre giorni potete vedere alcune delle meraviglie naturali di questa zona tra cui, appunto, il deserto dei Pinnacoli, famoso per la presenza di formazioni rocciose create dal vento e da altri agenti atmosferici.
Partendo da Perth e attraversando il deserto (in pullman, 12 ore con varie soste per le foto e necessità varie) potete arrivare alla spiaggia di Monkey Mia resa famosa perchè, da oltre trent’anni, dalle 7 alle 8 del mattino, i delfini si affacciano sulla riva. Docilissimi, affabili, per niente impauriti o infastiditi dalla presenza umana (purchè altrettanto docile e affabile). L’incontro ravvicinato con questo mammifero è unico ed entusiasmante. Il perchè di questa abitudine, cioè di presentarsi a quella spiaggia a quell’orario ve lo spiegheranno i ranger del posto. Non voglio svelarvi questo piccolo ma intrigante mistero.



Sempre in questa zona potrete vedere gli stromatoliti, delle strane pietre che respirano definiti il primo essere vivente della storia apparso sulla terra. A rendere ancora più affascinante la loro presenza c’è questo dato: su alcuni meteoriti di origine marziana si sono recentemente trovate tracce di strutture simili agli stromatoliti che proverebbero l’esistenza di vita su Marte in un lontano passato. Gli appassionati Voyager ne andranno pazzi. Da non perdere assolutamente il parco di Kalbarri, dove potrete vedere della affascinanti gole profonde anche 200 metri. 
Wave rock Australia


Wave rock Australia


Una volta finito il minitour potrete tornare a Perth, e decidere le tappe successive del vostro viaggio in Australia.
Un’altra meraviglia della parte occidentale dell’Australia è senza dubbio Wave Rock, l’onda di granito, nei pressi diHyden. Scoperto per caso solo poche decina di anni fa da un fotografo avventuroso, il luogo è diventato famosissimo per la bellezza (la foto rende abbastanza) e raggiunse la notorietà grazie alla foto scattata che vinse un concorso.
Le isole. Sempre a partire da Perth è possibile visitare le stupende spiagge della zona, abitate da animali che vivono solo qui. Partendo dal molo di Perth (approfittatene per vedere anche la Swan Bell, la torre campanaria avvenieristica, proprio lì di fronte) potete prendere i traghetti per Fremantle e Rottnest Island.
Quest’ultima è un’isola, così chiamata per la presenza dei quokka (piccoli animali a metà strada fra canguri e roditori) ,  caratterizzata da delle spiagge bianchissime. Potete girare l’isola noleggiando della biciclette. Presso Fremantle, invece, potrete vedere la caratteristica prigione: gli amanti del paranormale saranno lieti di sapere che qui si svolgono dei tour tra le celle alla ricerca di fantasmi.

Da Perth a Melbourne

Seconda tappa: Melbourne e le luci della città. I locali, i canguri. La costa, le città balneari e il parco nazionale. Tempo minimo per questa tappa: 2 giorni
Da Perth a Melbourne. Come dire: da sud ovest a su est. A meno che non abbiate molto tempo è consigliabile spostarsi da Perth a Melbourne con un volo interno (circa 4 ore). Potrete spostarvi utilizzando la compagnia di bandiera, la Qantas.  Altrimenti ci sono circa 3400 km ad attendervi. E non mi risulta che ci sino mezzi pubblici.
Melbourne è una città elegante e snob, in perenne competizione con Sydney. Le architetture art deco e quelle moderne vi impressioneranno, così le sue mille luci che si specchiano nel fiume Yarra. Per avere una visione panoramica vi suggerisco di andare verso le Rialto Towers. Meravigliose viste dal basso, ed è mozzafiato vedere il panorama circostante, soprattutto di sera. Le luci naturali e quelle artificiali intesseranno scenografie danzanti su un palco urbano. Difficile dimenticarsi di certe visioni. In ogni caso: hanno inventato le macchine fotografiche per i casi di amnesia temporanea.
Dove mangiare a Melbourne? Ogni tanto questa necessità si ripresenta con una certa importanza. Il consiglio è dirigersi cerso Southgate, ex zona industriale ora piena di ristoranti e locali.
Cosa vedere a Melbourne e dintorni? Da vedere sicuramente nelle zone circostanti c’è laGreat Ocean Road, con le città balneari più famose della zona (Torquay, Anglesea, ecc) fino a Port Cambell National Park, la cui costa costituisce il tratto più spetttacolare della zona. Qui potrete vedere i mitici Dodici Apostoli, gli scogli famosi che si possono ammirare da una balconata.
Qui volendo potete fare  un giro in elicottero. Ma vi avviso: sono 150 euro a testa per 10 minuti. E’ fortemente sconsigliato a chi soffre di vertigine, ma chi l’ha fatto dice che si l’immagine è meravigliosa- anche se rimane  il sospetto che pur di giustificare la spesa qualcosa di buono si trova per forza. Elicottero a parte, vedrete i canguri, i koala (i quali ho scoperto che dormono 20 ore su 24) e altre attrazioni naturali.

Da Melbourne ad Adelaide e poi verso Kangaroo Island: viaggio verso la natura incontaminata

Terza tappa. Una breve sosta presso la capitale del South Australia e poi i tour a conoscere la fauna della Kangaroo Island. Una tappa imperdibile per chi ama gli animali; trascurabile per chi non è amante della natura. Durata minima consigliata 3 giorni.
Altro giro, altro volo. Da Melbourne a Adelaide, la Capitale del south Australia. Il centro città mantiene una struttura vittoriana, ma a segnare in maniera importante il suo skyline sono evidentemente i grattacieli. per visitare la città potete partire da Victoria Sqaure, ombellico e simbolo, con la sua fontana; potete poi dirigervi verso Kings Williams e poi Rundle Mall, la via dello shopping (finalmente, dirà qualcuno). La visita sarà breve: perchè da Adelaide si riparte verso la Kangaroo Island (sì, ancora un aereo). Questa volta il volo vi sarà gradito: dura poco ed è a bassa quota: potrete perciò godervi con il paesaggio che è davvero prodigioso.
Se non siete proprio stremati, al vostro arrivo potrette dirigervi verso il museo marittimo e dinotte assistere ai pinguini che tornano alle loro tane dal mare. Mi raccomando: non usate le normali pile per fare luce, perchè dareste fastidio ai pinguini i quali, dopo una giornata di lavoro, desiderano tornare a casa senza qualche umanoide che si mette a fare il turista. Per non perdere nulla di questa esperienza utilizzate delle torce adeguate.
Leoni marini, koala e canguri. Le escursioni faunistiche a Kangaroo Island sono la principale attrazione. Anche perchè gli unici abitanti dell’isola sono, appunto, gli animali, la quale è disabitata sin dal 1802. Proprio per questa ragione la fauna e la flora sono rimaste intatte, e questa è una occasione imperdibile per venire a contatto con la natura quasi incontaminata. Quasi perchè comunque c’è un porto (oltre all’aereporto, anche se in formula minimale, dove siete atterrati) i luoghi per soggiornare e per ristorarsi (fattorie e hotel).

Verso Sydney, la metropoli più vivibile al mondo

Quarta tappa. La mitica Sydney, luogo di incontri cordiali e viste superbe. La Bondi Beach e il wildlife Park. Il quartiere dei Rocks e di Kings Cross (quello trasgressivo). Tempo minimi per questa tappa: 3/4 giorni( o anche tutta la vita, se volete).
Rientrati ad Adelaide la tappa successiva è Sydney (indovinate un po’…? Sì! In aereo! Contenti?). La città più volte premiata per la sua vivibilità. Mai come in questo caso dire che è a misura d’uomo potrebbe essere più calzante, pur essendo una metropoli. Le persone sono cordiali, ed etnie e culture diverse convivono pacificamente. Non è infatti un caso che in molti cercano offerte di lavoro a Syndey.
Australia: foto
Opera House






Se state cercando un hotel, allora vi consiglio di guardare nella zona di Darling Harbour, piccolo porto con tanti locali alla moda vicino all’Acquario. Da lì potete incamminarvi verso la famosa Opera House, e poi prendere un traghetto verso Manly, una delle spiagge più famose, per fare delle foto della baia al tramonto.
Prendetevi comunque un po’ di tempo per visitare la città: vale davvero la pena. Fate una visita a il quartiere dei Rocks, il più antico insediamento urbano della città), Kings Cross (il quartiere trasgressivo) e la spiaggia di Bondi Beach famosa per il surf.
Non potete passare da Syndey senza vedere il famoso Acquario,  uno dei più famosi dell’Australia. Col suo tunnel in cui nuotano gli squali, e altri pesci magnifici. Assecondando la vena naturalistica che ha contraddistinto questo itinerario in Australia, vi suggerisco quindi di vedere anche Wildlife Park, una sorta di zoo, dove i canguri ti passano in mezzo alle gambe (ovviamente se loro sono molto piccoli e voi molto alti) e altri animali davvero incredibili.
Assolutamente da vedere anche  Town Hall, il vecchio municipo, la St Andrews’ Cathedral, la più antica cattedrale australiana e infine Queen Victoria Building, l’elegante centro commerciale della città (per un altro giro di shopping).
Dove mangiare a Sydney? Un posto davvero spettacolare è da Phillip’Foote, dove potete scegliere il vostro pezzo di carne, prenderlo, e cucinarlo come volete presso gli enormi grill sparsi per il ristorante; oppure (ma non è economico, anche se ne vale la pena) sulla Sydney Tower, la più alta torre dell’emisfero sud, con is usoi 325 metri di altezza. A 305 metri c’è il ristorante girevole (giro completo in un’ora) e si mangia a buffet. Ripeto, non è economico, ma la vista spettacolosa vi ripagherà i sensi.

Da Sydney verso Uluru, il misterioso cuore di pietra dell’Australia

Quinta tappa. Verso il cuore aborigeno dell’Australia, l’Uluru, il magnifico monolite cangiante. Tempo minimo: dal tramonto all’alba
Dalla vivibilissima Sydney verso Uluru (Ayers Rock) il duro e misterioso cuore di pietra situato proprio nel mezzo dell’Australia. E’ molto famoso infatti, oltre che essere oggetto di culto religioso degli aborigeni, per essere privo di spaccature, un unico enorme monolite. Uluru è visibile da decine di chilometri di distanza ed è celebre per la sua intensa colorazione rossa, che muta in maniera spettacolare (dall’ocra, all’oro, al bronzo, al viola) in funzione dell’ora del giorno e della stagione. Nei pressi è da visitare anche il Centro Culturale Aborigeno. Il consiglio è di sostare presso l’Uluru fino al tramonto e anche la mattina, quanto i giochi di luce sopra descritti vi faranno provare emozioni indescrivibili. Una cena all’aperto presso i ristoranti della zona completeranno una giornata davvero romantica, oltre che emozionante.

Dal centro Australia al nord est, verso Cairns

Sesta tappa. Verso il nord, tra surf, diving ed immersioni verso la barriera corallina barriera. Tempo minimo: due giorni.
Dopo esservi riempiti gli occhi con i colori cangianti di Uluru dirigetevi verso Cairns, nel nord est dell’Australia. Cairns, una città turistica dedicata agli sport d’acqua, il surf e il diving soprattutto, oltre allo snorkeling. Se da un punto di vista storico non c’è molto da visitare, vale la pena visitare questa zona per i night market, negozi aperti anche di notte dove poter trovare davvero di tutto, e soprattutto perchè Cairns è il punto di partenza per le escursioni verso la barriera corallina: ciò che vedrete sott’acqua ha del miracoloso. Non vi pentirete di aver fatto anche questa tappa.
A sud di Cairns inoltre potrete fare un tour nella foresta pluviale nel Parco Nazionale di Wooroonooran e volendo potete prosgeuire fino alle Cascate Josephine, e ad alcune fattorie dove allevano coccodrilli- dove, volendo, potrete prendere in braccio qualche cucciolo. Che potrebbe essere un’immagine perfetta da conservare nel cuore e nei ricordi- oltre che ideale per concludere il vostro film delle vacanza in Australia.

lunedì 23 gennaio 2012

L’Isola di Pasqua – I Video di Altre Mete


Quello che Io Vorrei Che Voi Notaste è il “Carattere Assolutamente Insolito” di Questi Video , che sono Frutto di una lunga ed Estenuante Ricerca sul Web atta a proporvi gli Aspetti più Insoliti e Nascosti dell’Isola di Pasqua!.
Non Mancano i Famosi “Video D’Epoca di Altre Mete” e Quelli in lingua Originale per Darvi una descrizione dei Luoghi che tratto nel Mio Blog , Sempre Diversa , da Quella che troverete sui soliti “Rotocalchi Turistici!”.

sabato 21 gennaio 2012

L'Isola Di Pasua - Rapa Nui - Cile




All'origine l'Isola di Pasqua non aveva nome, essendo l'unico mondo conosciuto dai suoi abitanti, i quali, dopo il loro misterioso arrivo - da levante o da ponente? - non si erano mai spinti oltre.
Per un certo periodo la minuscola isola viene chiamata "Te-Pito-te-Henua", che significa "fine" o "frammento della terra" e che taluni traducono con "ombelico del mondo". Un altro nome è "Mata ki te Rangi", gli "occhi nel cielo", ma la definizione più comune diventa Rapa Nui, la "Grande Isola", nel senso di "importante".



La Storia
Gli antropologi hanno trovato in Polinesia tracce di insediamenti umani a partire dal 1200 a.C.
Le Isole Marchesi vengono popolate nel 300 d.C. e l'Isola di Pasqua nel 400 d.C. circa.
Il primo periodo evolutivo di Rapa Nui si svolge tra il V e l'XI sec. d.C., seguito da un periodo di grande sviluppo tra il XII e il XV secolo, con punte massime di popolazione fino a 15mila abitanti.
La decadenza coincide in pratica con l'arrivo degli esploratori occidentali, quando la popolazione scende a meno di mille persone. Sulle cause del definitivo collasso dell'isola, nel XVIII secolo, vi sono diverse ipotesi: eccessiva deforestazione, mancanza di risorse idriche e alimentari, guerre fratricide, epidemie o forse tutto ciò insieme.
Raccogliendo i dati sui "capi supremi" dell'isola, così come vengono tramandati dagli indigeni, si contano dal XII al XIX secolo 30 generazioni di re storici, calcolando in media 25 anni di regno per ciascuno.
Le tribù principali sono state sempre due, ostili tra loro, e suddivise a loro volta in dieci sotto-clan familiari chiamati "mata-iti".



La leggenda
Secondo la leggenda, i primi abitanti giunsero da un'isola chiamata Marae-rengo o Hiva, situata ad occidente.
Da quelle terre partì un re, Hotu-Matua, insieme alla sua tribù, portando con sé animali, alberi, semi di frutti e fiori che vennero piantati sull'Isola di Pasqua, dove approdarono dopo un lungo viaggio in canoa.
Le ragioni di questa emigrazione, presumibilmente dalla Polinesia, sono ignote: rivalità tribali, carestie, catastrofi naturali o eccesso di popolamento?
Alla sua morte Hotu-Matua divise il regno tra i figli e così iniziarono i primi conflitti tra le tribù.
Vigeva una rigida gerarchia: al primo posto c'era il re (ariki-mau) dai poteri divini, poi vi erano i sacerdoti (ivi-atua), i nobili (ariki-paka) e i guerrieri (matato'a).
Gli artigiani formavano una classe a sé: il mito racconta che furono gli "Uomini dai Lunghi Orecchi" a costruire inizialmente i Moai, sconfitti poi dagli "Uomini dai Corti Orecchi".



Guerre tribali
Una leggenda di Rapa Nui dice: l'isola era dominata dai "Lunghi-Orecchi" che fecero costruire i "Moai" e gli "Ahu" ai "Corti Orecchi", loro schiavi.
Un giorno i "Lunghi-Orecchi" ordinarono ai "Corti-Orecchi" di gettare tutte le pietre in mare, ma i "Corti-Orecchi" si opposero perché le pietre aiutavano a far crescere le patate e la canna da zucchero, unica fonte di sostentamento.
I "Lunghi-Orecchi" decisero allora di uccidere tutti gli schiavi e di mangiarseli.
Ma il piano fallì e, al contrario, i "Corti-Orecchi" riuscirono ad uccidere e bruciare i crudeli "Lunghi-Orecchi" e divennero padroni dell'isola.
Gli scavi archeologici hanno messo in luce un'immensa trincea con un grosso strato di cenere e carbonella che potrebbe essere il luogo della mitica fine delle "Lunghe Orecchie".
A sostegno della sua tesi sull'origine amerindiana dei pasquensi, Heyerdahl ricorda che già gli Incas parlano di un popolo dalle "grandi orecchie" che sarebbero gli artefici delle colossali statue abbandonate nelle Ande.



Il cannibalismo
I pasquensi - chi vergognandosi e chi divertendosi - chiamano i loro antenati "kaitangata", "mangiatori di uomini". Non sono così lontani i tempi in cui gli abitanti dell'isola praticavano l'antropofagia, visto che l'ultima notizia risale al 1903, quando vennero mangiati alcuni guardiani della Compagnia inglese che sfruttava l'isola. Anticamente il cannibalismo aveva funzioni rituali: quando moriva un re, il figlio doveva nutrirsi della carne del padre - cervello, occhi, naso, bocca e lingua - per appropriarsi del "mana" che risiede nella testa e che gli dona il potere. Un altro tipo di cannibalismo è l'antropofagia bellica: mangiare il proprio nemico vuol dire annientarlo definitivamente e non vi era insulto più grave che rivolgersi con la bocca aperta verso i prigionieri sopravvissuti dicendo: "la vostra carne mi è rimasta tra i denti". Impegnati in guerre sempre più violente, tralasciando il lavoro agricolo, i pasquensi soffrivano di scarsità di cibo e la carne umana diventava un elemento fondamentale per nutrirsi. Dai ritrovamenti archeologici risulta che, intorno alla metà del Seicento, i consumi di carne animale diminuiscono, mentre aumentano quelli di carne umana. 



La lingua e il "rongorongo"
Il rapanui fa parte del ceppo linguistico chiamato "austronesiano", che tra Asia e Polinesia conta circa 800 idiomi. Il rapanui deriva probabilmente dal polinesiano arcaico, sviluppando, a partire dal VI sec. d.C., delle parole esclusivamente proprie. Ma anche studiando la lingua rapanui, a tutt'oggi non si è riusciti a decifrare le poche tavolette disegnate e incise sull'isola, chiamate "ko hau moto mo rongorongo" (linee di scrittura per recitazione). Ai nostri giorni rimangono soltanto 21 tavolette, con un totale di 14.021 caratteri, scampate alla furia dei missionari che, reputandole oggetti idolatri, speravano - distruggendole - di facilitare la conversione al cristianesimo. In seguito, fu proprio il vescovo di Tahiti Jaussen a capire la loro unicità e salvarle, tentando una prima interpretazione. Dalle tradizioni orali sappiamo che le tavolette venivano usate durante i cerimoniali ed i cantori, brandendole, probabilmente sottolineavano i punti salienti degli inni. Anche i sacerdoti utilizzavano i "rongorongo" per lanciare o togliere maledizioni. 



Gli "Ahu"
Gli "Ahu" sono delle piattaforme adibite a centri cerimoniali. Il più delle volte servivano come piedistallo per i Moai, ma si conoscono anche Ahu concepiti senza statue. Le piattaforme in pietra basaltica potevano raggiungere i 150 metri di lunghezza per 3 metri di altezza. Su una terrazza vicina all'Ahu, venivano esposti i corpi dei defunti per due o tre anni. Poi venivano seppelliti in una delle celle sotto la rampa che portava alle statue. La credenza voleva che il defunto vagasse intorno alla piattaforma e - ricevuti i doni di rito - sarebbe partito per il "po" (la notte), luogo da dove erano partite le navi degli antenati.
Il culto dell'uomo uccello
L'uovo è l'incarnazione del dio Make-Make, al quale era dedicata la cerimonia dell'"Uomo-Uccello", "tangata manu". Il centro del rituale era il villaggio di Orongo, abitato esclusivamente in occasione della festa autunnale, situato sul bordo del cratere Rano-kao, in mezzo ad un ammasso di pietre incise con raffigurazioni dell'uomo-uccello. I guerrieri (matato'a), aspiranti al titolo di "Uomo-Uccello", inviavano un loro servo ("hopu") sullo scoglio di Motu-nui, a breve distanza dalla costa, per osservare il volo degli uccelli "Manu-tara" e per segnalare il momento della deposizione delle uova. L'"hopu" che per primo scopriva l'uovo urlava una formula rituale al suo padrone e, legatosi l'uovo sulla fronte, raggiungeva a nuoto l'isola, schivando le onde e gli squali.
Cioè: Ogni anno i giovani più vigorosi si gettavano nei flutti dalle scogliere di Orongo e a nuoto raggiungevano l'isolotto di Motu-nui ove era stato nascosto "il primo uovo di Manutara". Quindi, sempre a nuoto, portando l'uovo in mano, dovevano ritornare indietro e consegnare l'ambito trofeo al capo del villaggio. Dovevano nuotare fra i marosi, evitando gli scogli aguzzi e cercando di distanziare gli avversari, stringendo un uovo in mano senza schiacciarlo. Il vincitore posava l'uovo sul capo del guerriero che diventava l'"Uomo-Uccello", una prova tutt'altro che semplice. E che spesso terminava con la morte di uno o più partecipanti. Ma al vincitore spettava nientemeno che, per un anno, "il favore degli dei". Che non era cosa da poco, in un'isola altamente religiosa. In più, e anche questo era un dettaglio tutt'altro che trascurabile, l'uomo-dio dell'anno acquistava un grandissimo potere politico.
Rarissime volte, lo stesso "hopu" poteva aspirare a questo titolo. Tra i privilegi dell'"Uomo-Uccello" c'era quello di dare il proprio nome di investitura al nuovo anno e di essere mantenuto a carico completo della tribù. Dopo le feste, altri ragazzi potevano cercare uova o pulcini sull'isolotto: le uova - sacre - venivano offerte agli dei, mentre i pulcini erano allevati e poi liberati con la formula "vola lontano su altre terre". Il primo rito dell'"Uomo-Uccello" risale al periodo di decadenza intorno al XVI secolo, mentre l'ultimo cerimoniale si svolse nel 1878. 



Le cave

La cava di tufo dalla quale provengono la maggior pare dei Moai si trova sul vulcano Rano Raraku. Nella cava sono stati scoperti 394 Moai che presentano diversi stadi di lavorazione. Dalle ultime ricerche archeologiche risulta che l'inizio dello sfruttamento della cava risale al X secolo, anche se il "periodo d'oro" va dal XII al XVI secolo. I grandi cappelli di cenere vulcanica rossa provengono invece dal monte Punapau che Métraux chiama, a causa del suo colore, "una piaga sanguinante in mezzo ai pascoli". Sull'isola esistono anche diverse cave di ossidiana, un materiale vulcanico nero che serviva per fabbricare le armi e gli strumenti da lavoro. 



Il trasporto dei Moai
I pasquensi raccontano che i Moai si muovevano grazie al "mana" del mitico capo Tuu-ko-ihu, che faceva camminare le statue. La studiosa che per prima si è posta il problema, Katherine Routledge, sostenne che l'erezione dei colossi avveniva mediante delle rampe costruite con ciottoli arrotondati, rese scivolose da una patina di patate schiacciate per non danneggiare la statua. La messa in posa finale sarebbe stata possibile grazie a delle leve di legno. La tesi era avvalorata dal ritrovamento di alcune rampe di pietra sui fianchi delle piattaforme. Secondo Alfred Métraux i Moai venivano trascinati su dei tronchi - legno portato dal mare, visto la scarsità degli alberi - utilizzati come rulli. Durante la spedizione norvegese di Thor Heyerdahl, l'archeologo statunitense Mulloy ha sperimentato il "viaggio" di un Moai: con l'aiuto di una dozzina di pasquensi si è riusciti a spostare, in 18 giorni, una statua alta 4 metri e pesante 10 tonnellate. Secondo Mulloy gli antichi costruivano una slitta di legno dove il Moai veniva appoggiato sul ventre. Posizionata una forcella sulla statua, veniva fatta passare una corda intorno al collo del colosso e poi fissata al vertice dei pali. Tirando la forcella in posizione verticale, il Moai si sarebbe spostato in avanti, aiutato dalla slitta. Continuando le oscillazioni, la statua avrebbe "camminato" fino alla destinazione finale. 



Navigatori ed esploratori
  • 1488: Bartolomeo Diaz traccia la rotta per il Capo di Buona Speranza 
  • 1519-22: Viaggio di Magellano, che trova la rotta del Pacifico 
  • 1568: Alvaro Mendana de Neyra scopre le Isole Salomone 
  • 1577-80: Circumnavigazione del Pacifico di Sir Francis Drake 
  • 1595: Alvaro Mendana de Neyra arriva alle Isole Marchesi 
  • 1615-16: Viaggio di Jacques Le Maire e William Schouten per Capo Horn. Scoperta delle Isole Tonga. 
  • 1687: Primo "avvistamento" dell'Isola di Pasqua del pirata Edward Davis 
  • 1721-22: Viaggio di Jacob Roggeveen che scopre l'Isola di Pasqua 
  • 1766-68: Samuel Wallis scopre Tahiti 
  • 1766-69: Viaggio nella Polinesia di Louis-Antoine Bougainville 
  • 1768-71: Primo viaggio di James Cook 
  • 1770: Felipe Gonzalez y Haedo rivendica l'isola di Pasqua per la Spagna 
  • 1772-75: Secondo viaggio di James Cook. Arrivo sull'Isola di Pasqua 
  • 1776-79: Terzo viaggio di James Cook. Viene ucciso alle Hawaii. 
  • 1785-88: Viaggio di La Pérouse. Arrivo sull'Isola di Pasqua 
  • 1791-95: George Vancouver scopre l'ultima isola Polinesiana (Rapa) 
  • 1872: Viaggio di Pierre Loti, che porta un Moai al Musée de l'Homme di Parigi 



Polemiche sull'origine
L'archeologia moderna sta tentando di risolvere l'enigma di Rapa Nui. La teoria di Heyerdahl circa l'origine andina è in parte caduta o, comunque, si è trovato un compromesso durante il Congresso Scientifico del Pacifico nel 1961. Le fasi migratorie sarebbero due: una proveniente dall'Asia e dalle isole della Polinesia, l'altra dall'America del Sud. Nel 1988 una spedizione spagnola ripeté l'esperimento di Heyerdahl, partendo dalla costa del Perù su una barca di giunco degli Indios del Lago Titicaca e giunse dopo tre mesi in Polinesia. Gli ultimi studi genetici sul DNA mitocondriale delle ossa e le ricerche sui crani hanno rivelato affinità tra i pasquensi e i polinesiani, ma non tra pasquensi e amerindiani. Di contro, le analisi del sangue eseguite dai Commonwealth Serum Laboratories di Melbourne hanno confermato delle affinità tra rapanui e indigeni del continente americano. Dall'antropologia fisica degli scheletri risulta un miscuglio di diversi gruppi etnici e probabilmente i primi coloni di Rapa Nui erano già frutto di incroci tra varie popolazioni del Pacifico. Gli esami con il Carbonio 14 datano i più antichi reperti intorno al 690 d.C. con lo scarto - in più o in meno - di un secolo, per cui l'arrivo dei primi abitanti sarebbe avvenuto intorno al V-VI sec. d.C. 



Uno sguardo sull'isola
All'isola di Rapa Nui manca una barriera corallina e quindi le coste sono fortemente erose dall'azione del mare. I materiali vulcanici sono molti fragili, per cui gli archeologi da tempo cercano dei rimedi per salvare il patrimonio dell'isola. Per proteggere le statue dall'erosione, lo studioso cinese Sinoto sta sperimentando il "parabond", una sostanza chimica. Dal 1935 le zone archeologiche dell'isola sono Parco Nazionale. A partire dagli anni Sessanta, missioni del Cile, degli USA, della Spagna e della Norvegia hanno scavato e restaurato numerosi Ahu, case e villaggi - tra cui il centro rituale ed i petroglifi di Orongo - e molti Moai sono stati ripuliti dai licheni, ricomposti e innalzati. Recentemente sono iniziati sull'isola gli studi di biologia scheletrica e di paleopatologia delle sepolture multiple di Tongariki, condotti dalla Fondazione Ligabue di Venezia in collaborazione con il Cile. Le analisi sui circa 80 scheletri, risalenti al XII secolo, stanno dando risultati fondamentali per la conoscenza sull'origine genetica dell'antica popolazione pasquense. 



Uno sguardo dall'isola
Durante la spedizione del 1955 di Thor Heyerdahl, un giovane rapanui, Sergio Rapu, aveva aiutato gli archeologi nelle loro ricerche. Quando, nel 1986, lo studioso norvegese è tornato sull'isola, Sergio Rapu era diventato governatore di Rapa Nui, nonché stimato archeologo. Durante le sue campagne di scavo, Sergio Rapu ha ridato la "vista" all'Isola di Pasqua, scoprendo i frammenti di corallo usati per gli occhi dei Moai, che dettero all'isola il nome "Mata ki te Rangi", gli "occhi nel cielo". Nel 1982, Sergio Rapu ha "ricostruito" nuovi occhi per ridare ai Moai lo sguardo di un tempo. 



Cronologia
  • 1300 - 1000 a.C.: lento popolamento delle isole della Polinesia
  • 1000 a.C. - 400 d.C.: migrazione dalla Polinesia verso altre terre e isole 
  • 400 - 1000 d.C. periodo di popolamento dell'isola. 
  • 1000 - 1500 d.C.: periodo di espansione; sviluppo dell'agricoltura; massimo incremento demografico; costruzione dei Moai. 
  • 1500 - 1722 d.C.: periodo di decadenza e cannibalismo. 
  • 1687 Primo "avvistamento" dell'Isola di Pasqua 
  • 1700 - 1800 "Guerra della Caduta delle Statue" 
  • 1721-22 d.C.: Viaggio di Jacob Roggeveen che scopre l'Isola di Pasqua 
  • 1772-75 d.C.: secondo viaggio di James Cook: arrivo sull'Isola di Pasqua 
  • 1785-88 d.C.: Viaggio di La Pérouse. Arrivo sull'Isola di Pasqua 
  • 1860 d.C.: arrivo dei primi missionari. 
  • 1867 d.C.: morte di Gregorio, l'ultimo re rapanui. 
  • 1888 d.C.: annessione di Rapa Nui al Cile. 



Popolazione, abitazioni, paesaggi
Museo vivente, a circa 4000 km dal continente cileno, è popolata la una piccola comunità di2800 Polinesiani di razza maori, dediti alla pastorizia ed alla pesca come i loro antenati 11 capoluogo Hanga Roa è il punto focale dell'isola. Case basse multicolori, circondate da giardini e piccoli orti, rispecchiano il carattere gentile ed amichevole degli abitanti, sempre felici nell'accogliere i visitatori con danze caratteristiche e profumate collane di fiori. Fra verdi pendii e sinuose colline si scorge la localita' di Ahu Akivi dove 7 statue di pietra si stagliano verso l'azzurro come guardiani imponenti e silenziosi, sparsi ovunque verdeggianti crateri di vulcani spenti come il Rano Kao, il più grande dell'isola, lungo le cui sponde si erge l'antico villaggio di Orongo un tempo teatro di cerimonie rituali che celebravano il culto "dell'uomo uccello'' (Tangata Manu) Lungo la costa nord orientale si profila la spiaggia di Anakena, l'unica dell'isola dove sia possibile bagnarsi, e via via proseguendo lungo un paesaggio di singolare bellezza ricco di reperti archeologici, troviamo il vulcano Rano Raraku entro la cui cavità, ancora oggi piena di statue compiute ed incompiute, venivano costruiti i misteriosi "moai".



SITI E LUOGHI DEI PIU' SIGNIFICATIVI MOAI
Zona nord del paese di Hanga Roa proprio vicino dal sito di Ahu Tahai; i Moai del sito sono stati restaurati (come tutti gli altri 'in piedi') e qui si trova l'unico Moai con gli occhi visto che a tutti gli altri sono stati rimossi.
Il sito di Ahu Vinapu dove oltre ad alcuni Moai caduti si possono notare i basamenti degli stessi scolpiti e squadrati con stupefacente precisione tenendo conto del periodo in cui sono stati realizzati e del fatto che gli attrezzi usati per scolpirli erano dello stesso tipo di roccia (basalto); queste pietre così squadrate hanno delle similitudini con altre che si trovano a Cuzco in Perù, tanto da far concludere ad alcuni archeologi delle origini sud-americane dei Rapa Nui. Altre cose interessanti: una testa di Moai rivolta di traverso rispetto a tutti gli altri e uno dei pochissimi Moai femminili. cratere di Puna Pau, la cava dei Pukao, i cappelli rossi dei Moai, in realtà questi cappelli dovrebbero rappresentare i capelli rossi tipici dei Rapa Nui del tempo. Uno dei siti più spettacolari: Ahu Akivi dove si trovano 7 Moai, gli unici rivolti verso il mare; in realtà la loro funzione come per tutti gli altri era di guardare e proteggere l'area cerimoniale ed il villaggio, il mare si troverebbe casualmente nel loro campo visivo. I 7 Moai sono stati restaurati nel 1960 ed hanno la particolarità di guardare dritto al sole nascente durante gli equinozi. ad Ana Te Pahu: una serie di grotte-cavità dove per via del terreno molto fertile le coltivazioni crescevano facilmente e velocemente e venivano usate in caso di emergenza.
Da Hanga Tee dove si suppone sia stato sepolto il primo Re dell'isola Ariki Hotu Matu'a.
Ahu Tongariki: l'Ahu più grande con 15 Moai in fila ; il sito fu parzialmente distrutto nel 1960 da un maremoto, successivamente le statue più grandi (le meno danneggiate dalla furia dell'acqua) furono restaurate anche se ora non si trovano più nella posizione originale; interessante notare che pur con l'aiuto delle gru su 1 solo Moai si riuscì a posare il suo Pukao, il colpo d'occhio sulle 15 statue in fila è assolutamente spettacolare.
Proprio dietro a Tongariki si trova Rano Raraku , la cava dove si 'producevano' i Moai. La camminata che porta fin quasi alla cima si snoda fra decine e decine di Moai; alcuni finiti ma lasciati lungo la via del trasporto, altri da rifinire ed alcuni ancora "attaccati" alla montagna, tra questi il più grande in assoluto di circa 20 metri per un peso stimato di 150 tonnellate.



-ISOLA DI PASQUA-
L'isola fu scoperta dall'olandese Roggeveen e deve il suo nome al giorno in cui fu scoperta: proprio il giorno di Pasqua del 1722. Appartiene al Cile dal 1888 ed è aggregata alla regione di Valparaiso, inoltre dal 1935 una parte della superficie è parco nazionale. Nella lingua locale Rapa Nui, in spagnolo Isla de Pascua. E' un' isola sperduta dell'Oceano Pacifico, all'estremità orientale dei territori polinesiani: Capol. È una terra di origine vulcanica; raggiunge la sua massima altezza attorno ai 700m. E' coperta di praterie che consentono l'allevamento di ovini, bovini e cavalli. Produzione di frutta (banane, ananas, mango) legumi, mais. Fiorente la pesca, infatti la fauna marina è ricchissima, soprattutto di tonni e aragoste.
L'isola si trova a grande distanza da ogni terra abitata ( la costa del Cile si trova a 3.700 Km, Tahiti a 5000 Km ca, a sud e a nord c'è mare aperto fino all'Antartide, 7000 Km ca, e al Messico, 5000 Km ca.)
Ha forma triangolare: ai tre vertici si trovano tre vulcani spenti con crateri riempiti da laghetti coperti da un fitto intrico di canne e di erbe acquatiche. Le piogge sono abbondanti e l'isola è quasi ininterrottamente battuta dagli alisei. Prima dell'arrivo degli europei unico vegetale di larga diffusione era quello chiamato toromiro. Oggi quasi del tutto estinto (ne restano solo pochi esemplari protetti); il suo fusto legnoso veniva lavorato per ricavarne figure antropomorfe: le molte tuttora rappresentano antenati maschi e femmine e personaggi mitologici con testa di uccello o di lucertola; caratteristico dei personaggi maschili è l'aspetto piuttosto magro della figura (costole e zigomi sporgenti, testa scarnificata, ventre rientrante). La fauna precoloniale, povera di specie terrestri ( diffusi i topi e i moko, specie di ramarri), era ricca di pesci e di uccelli: fra questi ultimi va particolarmente citata, per il suo significato religioso, la specie di rondine marina nota come manutara. Il terreno è molto permeabile, quindi l'isola era quasi priva d'acqua, salvo poche sorgenti salmastre e i laghi craterici. Il panorama è cambiato notevolmente dopo l'arrivi degli europei. Attualmente abbondano le capre, i cavalli e sono stai introdotti gli eucalipti e varie culture alimentari. Il nome indigeno è Rapa Nui; è usato anche l'appellativo Te pito o te henua "l'ombelico del mondo" o "frammento di terra". La lingua dell'isola è un dialetto polinesiano di forma arcaizzante, ma è compreso ampiamente anche il thaitiano. La seconda lingua è lo spagnolo, da quando l'isola è parte integrante del territorio cileno. La caratteristica più interessante dell'isola è costituita dalle oltre 300 statue gigantesche (moais), sparse sul territorio (la più alta oltrepassa i 10 m, ma una, non terminata e giacente ancora nella cava, supera i 20 m). Situate un tempo su grandiose piattaforme-altari (ahu) cominciarono ad essere abbattute in seguito a guerre fra tribù rivali già all'epoca dell'arrivo degli europei: infatti Roggeveen le aveva viste ancora in piedi, ma nel 1840 nessuna di esse era più intatta (quelle che si vedono ora ritte sono state reinstallate da archeologi o esploratori). Provengono da una sola cava , alle pendici del vulcano spento Rano Raraku, nella parte est dell'isola. Avevano tutte sulla testa una sorta di cappello anch'esso di pietra rossiccia, prelevata da una cava nel piccolo vulcano Pona Pau. Secondo gli studi più attendibili tali statue rappresentano antenati tribali: anticamente l'isola era divisa a spicchi, partendo dal centro, e ogni tribù aveva uno spicchio alla cui base, presso la costa, c'era un ahu con un numero di statue maggiore o minore secondo l'importanza della tribù; tute le statue avevano il volto orientato verso l'interno, salvo quelle dell'ahu Akivi che erano rivolte verso il mare. Nonostante le ricerche, non è stata rinvenuta a Pasqua alcuna traccia di culture non polinesiane. Dunque si ritiene che la popolazione vi sia giunta probabilmente in varie ondate dal 900 ca a.C. forse dale Tuamotu o dalle Marchesi e trovatasi isolata a distanze enormi da ogni terra, abbia poi sviluppato alcuni elementi già presenti in modo meno evidente in varie culture della Polinesia orientale (grosse statue, esistono anche Mangareva e altrove). Tipico dell'isola di Pasqua è il mito dell'uomo-uccello (tangata-manu) e del dio Makemake; altrettanto importanti anche dal punto di vista artistico sono le ventiquattro tavolette ritrovate con un sistema di pittografia mnemonica, più che di vera e propria scrittura, a canone bustrofedico conservata su bastoni di legno (Kohau Rongorongo "legni di informazione") di cui non si conosce l'esatto significato perché gli ultimi che avrebbero potuto decifrarlo scomparvero nel 1862 quando una spedizione peruviana uccise o deportò nelle miniere di guano del Perù un gran numero di abitanti, distruggendo la classe dirigente dell'isola. Dal 1868 tutti gli abitanti sono cristiani cattolici. Dopo la definitiva presa di possesso, da parte del Cile, l'isola fu affittata ad una compagnia laniera inglese, che per timore di furti impose la regola, abolita nel 1964, che i pochi nativi fossero chiusi in un recinto dal quale potevano uscire solo con un lasciapassare. Attualmente l'isola, che fino al 1968 era visitata 1-2 volte all'anno da una nave rifornimento cilena, è collegata da un volo settimanale con Tahiti e con Santiago del Cile. Questi collegamenti hanno consentito l'avvio di un certo influsso turistico, specialmente dagli Stati Uniti. 




RAPA NUI, L'OMBELICO DEL MONDO
LEGGENDA: (Hotu Matua)
Immaginate un mare talmente blu da confondersi con il cielo infinito. E immaginate una serie di canoe di giunco, cariche sino all'inverosimile di piante e semi, acqua dolce e gabbie di animali, attrezzi per lavorar la terra e per la pesca. E decine di persone, vestite con pochi stracci. Alla guida della spedizione oceanica c'e' un ariki, un uomo di stirpe reale. Si chiama Hotu Matua, è bello e fiero. E soprattutto è coraggioso. Difatti ha appena lasciato Hiva, una delle tante isole che galleggiano nell'arcipelago delle Marchesi, per puntare in Melanesia. Rotta verso l'ignoto. Non per pazzia, non per sete di ricchezza o per voglia di conquista, ma per rispettare una tradizione ancestrale che imponeva ad ogni ariki di lasciar la propria gente, la propria isoletta quando quest'ultima non riusciva più a sfamare l'aumentata popolazione. Controllo demografico, diremmo oggi. Fu così che Hotu Matua riuscì ad arrivare, non senza pericoli, nell'isola di Pasqua, Rapa Nui, l'ombelico del mondo.


 
L'ISOLA, CARATTERISTICHE FISICHE
La misteriosa isola che ha affascinato il regista Kevin Reynolds, che recentemente l'ha immortalata in un film, non è in realtà quel paradiso che siamo soliti immaginare quando pensiamo alle terre da crociera. Rapa Nui è un isolotto a 5000 km da Tahiti e a 2000 dalle più popolose isole polinesiane. Un puntino nell'immensità dell'oceano. Ed una fonte di mistero che da sempre ha infiammato la fantasia dei fans di "Te pito o te henua", "L'ombelico del mondo". 



LA SCRITTURA
La scrittura dell'isola, ad esempio, da sempre tormenta gli studiosi del pianeta. I misteriosi geroglifici sono i "rongorongo", indecifrati, assomigliano così straordinariamente ad un alfabeto scoperto nella valle dell'Indo. 



IL MISTERO DEI MOAI E IL LORO TRASPORTO, GLI OCCIDENTALI NELL'ISOLA E LA POPOLAZIONE LOCALE. STORIE FANTASIOSE E STORIE DOCUMENTATE SCRITTE DA VARI SCRITTORI.
E cosa rappresentano le centinaia di gigantesche statue (moai) che sfilano lungo la costa e che, dai sei metri della loro altezza, sembran fissare oscuramente il navigante? Oscuramente, certo, perché dei colonizzatori gli indigeni hanno sempre diffidato.
I primi occidentali giunti sull'isola furono gli olandesi dell'ammiraglio Roggeveen, nel 1772. Furono questi che, scoperta l'isola nel giorno di Pasqua, le diedero l'attuale nome. E furono questi i primi a notare che i Pasquani, circondati da centinaia di fuochi, attendevano l'alba prostrati davanti ai moai, pregando e salutando la nascita del sole. Molti degli indigeni, compreso "un uomo di pelle completamente bianca" che si comportava in maniera più solenne degli altri, avevano i lobi delle orecchie bucati ed allungati, come i moai. Curiosamente, fra la popolazione c'erano pochissime donne. I Pasquani vivevano ancora come nell'età della pietra, senza conoscere i metalli e cucinando il cibo per terra, fra le pietre roventi. Ritenendo che non esistesse al mondo un popolo altrettanto primitivo, gli Olandesi si stupirono grandemente nel vedere i giganteschi moai.
Come avevano potuto innalzarli i Rapanui? Allontanatisi gli Olandesi, la pace degli indigeni fu nuovamente turbata nel 1770 dagli spagnoli di Felipe Gonzales. Ed anche questi notarono la scarsità di donne e bambini. Fu poi la volta degli Inglesi di Cook e ancora una volta pochissime persone accolsero i viaggiatori. Non erano passati che 12 anni dalla visita di Cook che arrivarono i Francesi di La Perouse, nel 1786, ma questa volta la terra brulicava di gente, soprattutto di donne e bambini. Era chiaro che gli indigeni corressero a nascondersi, ogni qual volta arrivava un intruso. E difatti Rapa Nui è un dedalo di gallerie sotterranee, strettissime, attraverso le quali passa a fatica un uomo solo. Queste gallerie, sperimentate personalmente dall'esploratore Thor Heyerdahl , conducono a gigantesche gallerie sotterranee, ove può vivere comodamente un'intera tribù. In molte caverne sono state trovate ossa umane miste a feci, e questo ha fatto pensare a episodio di cannibalismo tribale; inoltre si è notato che, astutamente, i Rapanui hanno scavato vari buchi nella roccia dai quali filtra l'acqua, di sapore e temperatura differente a seconda dell'altezza del foro. La strettezza dei corridoi d'accesso, poi, è un'efficacissima protezione contro i nemici, che non possono penetrare nelle grotte più di uno alla volta e dai nemici hanno dovuto guardarsi più volte, i Pasquani. Come dagli Americani sbarcati all'inizio dell'Ottocento, in cerca di schiavi. E dai successivi Russi, accolti a sassate. E dai Peruviani che, nella sera di Natale del 1862 lasciarono decine di cadaveri sugli scogli e portarono via come schiavi quanti erano sopravvissuti. I pochi scampati si erano rifugiati nelle caverne e avevano chiuso le entrate con grossi massi. L'isola, brulla e povera, sembrava adesso deserta. Le lotte intestine e lo schiavismo ben poco hanno lasciato della memoria storica di Rapa Nui che, non avendo documenti scritti decifrabili, mantiene intatti i propri segreti archeologici.Primo fra tutti, quello riguardante il significato e la tecnica di costruzione dei misteriosi moai. Al riguardo,il celebre divulgatore Peter Kolosimo ha dichiarato:
"Le statue dell'isola di Pasqua sono pesantissime ed è impensabile che siano state erette servendosi di rulli di legno. Gli ufficiali della nave da guerra Topaze, per sollevarne una alta solo 2,5 metri, dovettero ricorrere ai mezzi più moderni e ad oltre 500 uomini".
Lo stesso venne fatto notare dall' archeologo dilettante Enzo Valli di Milano, durante un dibattito televisivo su ReteSette:
"Certo, è stato dimostrato che è possibile trascinare una statua dal vulcano a valle, ma come hanno fatto gli indigeni ad estrarre i moai dalle cave di montagna, ove sono conficcate?" Al quesito hanno definitivamente risposto due archeologi francesi insegnanti al CNRS: Catherine e Michel Orliac, decisamente più con i piedi per terra, che hanno dichiarato:
"Una volta finiti sul Rano Raraku, i giganti di pietra venivano trasportati sino agli ahu (complessi megalitici sacri), talvolta a più di 10 km. Il modo con cui furono trasportate le oltre 300 statue erette sui santuari e` ancora incerto. La tradizione orale non fornisce elementi tecnici soddisfacenti. I Pasquani invocano un capo mitico, Tuu Ko Ihu, il dio Make Make o ancora i sacerdoti che ordinarono alle statue di "camminare" e di posarsi sui rispettivi ahu. La mancanza di dati ha scatenato l'immaginazione, pure il peso delle statue è sempre stato sopravvalutato. Si è parlato di 300, 400 o 500 tonnellate...Occorreva immaginare un sistema di sollevamento che necessitasse di un minimo di legname, poiché i primi visitatori europei non avevano trovato che striminziti alberelli. In realtà i Pasquani hanno avuto il legname, ricerche recenti hanno dimostrato che l'isola un tempo era boscosa. Vi si posavano vari semi, come la sophora toromiro e una varietà di palme simili alla pritchardia. Il legno di questi alberi è ideale per l'estrazione,il trasporto ed il rotolamento. La scorza di un altro legno, la triumfetta, era particolarmente preziosa per la fabbricazione di solide corde...". Le stesse corde e gli stessi legni, aggiungiamo noi, serviti per realizzare fionde e zappe raffigurate in un acquarello d'epoca, opera di un osservatore occidentale, recuperato dallo studioso Maurice Deriberé. Quanto al trasporto, Heyerdahl ha dimostrato, ripreso dalle cineprese, che è possibile sollevare un moai e trascinarlo a valle semplicemente facendolo scivolare, tirandolo con delle corde ora a destra, ora a sinistra, facendogli compiere, in piedi, un percorso a zigzag. Dandosi il tempo con una antica nenia locale. Il sistema utilizzato dall'esploratore spiega tra l'altro perché la base delle statue sia smussata. Per l'attrito col terreno, durante il trasporto. Un enigma è dunque risolto. Ma in che modo i giganteschi moai sono stati costruiti da indigeni tanto primitivi? Il quesito e' stato sollevato dallo scrittore svizzero Erich Von Daeniken, autore di decine di volumi sui misteri del passato tradotti in tutto il mondo e padre indiscusso della "fantarcheologia". Le risposte date dallo stesso non sono proprio soddisfacenti.
"Come truci robot 200 colossi sorvegliano le coste dell'isola di Pasqua, non si sa chi raffigurino. La leggenda dei Rapanui narra che un giorno le statue andarono da sole ad occupare il proprio posto", ha scritto lo svizzero in "Enigmi dal passato" poi:
"La mia ipotesi è questa: cosmonauti extraterrestri fornirono ai primitivi abitanti dell'isola strumenti tecnici di precisione, di cui sacerdoti o maghi potevano servirsi, e grazie a cui liberarono i massi dalla lava e li lavorarono, i visitatori stranieri sparirono. Come tutti gli utensili, anche questi strumenti ricevuti in dono si consumarono e divennero inservibili. I primitivi non poterono evidentemente costruire nuovi strumenti di quel livello. Sta di fatto che il lavoro da un giorno all'altro venne abbandonato, oltre 200 statue rimanevano "incollate" alla parete del cratere. Ai nativi restava l'acuta ambizione di portare a termine il lavoro. Visto che i "vecchi" utensili non erano più utilizzabili, la lava fu affrontata con mazze di pietra. Per giorni un allegro martellare risuonò sull'isola dalle pendici del cratere, ma senza risultato. Le amigdale di pietra si consumavano, senza che si fosse riusciti a strappare una sola statua alla parete. Ci si rassegnò e centinaia di mazze di pietra furono abbandonate nel cratere..." .
Una bella storia, non c'è dubbio, ma nemmeno Von Daeniken sembra crederci troppo, visto che, in un altro libro, scrive:
"Un piccolo gruppo di esseri intelligenti furono gettati sull'isola a seguito di un incidente tecnico. I naufraghi avevano immense conoscenze tecniche ed erano maestri nel lavorar la pietra con un sistema sconosciuto e del quale troviamo esempi su tutto il globo".
Niente mazze, dunque, un'ulteriore versione differente e' riportata da Roy Stemman nel capitolo "I carri degli dei" ove, rifacendosi alle dichiarazioni di Von Daeniken, viene riprodotto un bellissimo disegno di Chriss Foss che mostra una gigantesca astronave che, sotto l'occhio vigile di alcuni sacerdoti pasquani, solleva i moai con cavi d'acciaio e fasci di luce solida . Infine, in "Chariots of the Gods?" i costruttori delle gigantesche statue diventano dei misteriosi "uomini volanti", scrive Von Daeniken:
"Una leggenda trasmessa oralmente ci dice che gli uomini volanti atterrarono ed incendiarono, nei tempi antichi. La leggenda è confermata dalle sculture di creature volanti dai grandi occhi lucenti..."
Ma se perfino la fertile fantasia di Von Daeniken non riesce a scovare una spiegazione per i misteri dell'isola di Pasqua; il primo premio per la più originale corbelleria spetta al francese Denis Saurat, Che, nel libro "La religion des geants et la civilisation des insectes", notando la straordinaria magrezza degli indigeni denutriti, ha scritto: "Nell'isola di Pasqua l'uomo ha cercato di trasformarsi in insetto, egli stesso ed il suo corpo. Noi abbiamo l'imitazione di Gesù Cristo, in spirito, l'umanità ha conosciuto l'imitazione dell'insetto".
Quasi che la miseria fosse una libera scelta. E più avanti, favoleggiando di analisi mediche circa il funzionamento delle ghiandole endocrine, Saurat arriva a stabilire che i moai rappresentino esseri umani vivi ma in condizioni "non conosciute altrove". Frutto di un trattamento volontario teso a creare un individuo costantemente disidratato, pelle e ossa ed iperclorato per l'abitudine di sorbire acqua salmastra. Una sorta di razza ariana alla rovescia. E, non contento di quanto testé affermato, Saurat fornisce addirittura un disegno esplicativo della razza "degli uomini-insetto". Sembianze di una ipo-razza terrestre o di una super razza aliena, i moai restano un mistero. Chi li ha costruiti e perché? L'ipotesi più credibile e' che i moai fossero i monumenti voluti dalla casta aristocratica e dominante delle "orecchie lunghe", così detta per le orecchie forate ed allungate. Casta che avrebbe sfruttato come schiavi i paria "orecchie corte". Questi ultimi si sarebbero infine ribellati alla tirannia degli aristocratici e,dopo una sanguinosissima lotta, avrebbero annientano le "orecchie lunghe" e abbattuto i monumenti che li rappresentavano. Come spesso accadeva nell'antichità. Per inciso, i moai altro non sarebbero che monoliti sacri, dedicati agli dei ma anche ai defunti. E gli ahu, i raggruppamenti di più "testoni", servirebbero volta per volta da monumento per gli dei, da colonne portanti del palazzo imperiale e da lapidi funebri. Ciò è confermato anche dall'enorme importanza attribuita dagli isolani alla religione, che ha la massima espressione nella festa annuale dell'uomo-uccello, intimamente legata al culto del dio Make Make. Sempre Kolosimo, al riguardo, ha scritto: "Impossessarsi dell'uovo significava divenire uomo-uccello,simile agli dei discesi, conquistare l'illusione d'essere, per un anno, vicino a quelle creature il cui ricordo è ancora fissato su documenti ispirati a tradizioni senza età...". Più semplicemente, significava diventare, per un anno, un dio. Niente male, dopotutto.


venerdì 20 gennaio 2012

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venerdì 18 novembre 2011

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